Latitante
Morosita fa il caffèCi sono, latito da un po’ perché la scrittura mi sta portando altrove ma esisto, leggo, penso, Vi penso.
Buon anno, seppure con lieve, lievissimo ritardo.
Ces petits riens
Morosita fa il caffèMieux vaut n’penser à rien
Que n’pas penser du tout
Rien c’est déjà
Rien c’est déjà beaucoup
On se souvient de rien
Et puisqu’on oublie tout
Rien c’est bien mieux
Rien c’est bien mieux que tout
Mieux vaut n’penser à rien
Que de penser à vous
Ça n’me vaut rien
Ça n’me vaut rien du tout
Comme si de rien
N’était je pense à tous
Ces petits riens
Qui me venaient de vous
Si c’était trois fois rien
Trois fois rien entre nous
Evidemment
Cà ne fait pas beaucoup
Ce sont ces petits riens
Que j’ai mis bout à bout
Ces petits riens
Qui me venaient de vous
Mieux vaut pleurer de rien
Que de rire de tout
Pleurer pour un rien
C’est déjà beaucoup
Mais vous vous n’avez rien
Dans le cœur et j’avoue
Je vous envie
Je vous en veux beaucoup
Ce sont ces petits riens
Qui me venaient de vous
Les voulez-vous ?
Tenez ! Que voulez-vous ?
Moi je ne veux pour rien
Au monde plus rien de vous
Pour être à vous
Faut être à moitié fou.
Waterworld
I racconti di MorositaIn questo mondo parallelo a righe blu ti scrivo, ti perdo e ti penso.
E’ stato difficile tenerti in piedi, immaginarti.
E’ stato così difficile.
Di quanta tenacia sono capace, di quante ostinazioni so nutrirmi, di quante inutilità so riempirmi?
Mi sono innamorata di te. A cinquanta anni non lo avrei creduto più possibile.
Eppure.
Ho capito tutte le volte in cui ti sono stata indifferente. Ci ho sofferto. Uh, se ci ho sofferto.
In effetti consideravo troppo triste che potessi esserti indifferente eppure lo è stato.
Così è stato.
All’inizio uno si ostina, non lo accetta, come se i sentimenti dovessero per forza di cose essere ricambiati.
Eppure non è – terribilmente – così.
Adesso ti scrivo, con naturalezza. Tu segui corsi strani in India, ti fai incantare, ti fai ingannare. Perché sei in buona fede e credi in chi ti dicono di guarirti l’anima.
Le persone impermeabilizzate cercano chi le schiude facendo finta di non farlo per loro bensì di predicare per gli altri.
Io ti avrei potuto schiudere.
Io non ti avrei potuto schiudere.
Eppure l’affetto, dicono, spezzi le catenelle. Io con te, a parte me, non ho spezzato proprio niente.
Mi ha fregata l’immaginazione. La fantasia che si sostituisce all’essere.
Ora ti ho riportato in una luce normale con relativo cono d’ombra uguale.
Alle volte vorrei telefonarti, dirti: “ Ti prego, insegnami a vivere, se lo stai imparando tu” ma ho da poco compiuto cinquant’anni e tu, mi sa, non stai imparando niente di quello che forse sapessi già.
Alle volte vorrei telefonarti e raccontarti, chiederti, sapere che fai.
Alle volte vorrei telefonarti e dirti dell’altro di cui non mi sto innamorando.
Vorrei sapere da te se sto facendo bene ma tu diresti senz’altro di sì.
E’ diverso da te, tranne per una cosa.
Vorrei sapere da te quanto sei felice a sapere che sto buttando le zavorre in mare, quelle che ho di te solo spiato, quelle che di me sei riuscito ad evitare.
Sapessi com’è strano.
Guardo questo pezzo di Atlantico, ti penso, e mi sembra strano.
Ti avrei voluto qui, mille volte qui a farti sentire il mio odore, a rubare il tuo.
Invece ho davanti solo spezzoni interrotti e inizi di maree.
E sale su queste finestre, sale sulla pelle, sale all’orizzonte, di notte, nei miei occhi che si convincono che quelle luci al porto siano casa tua.
Un’ultima cosa..
I racconti di MorositaQuesta stanza la immaginavo più bianca.
Anche te, ti immaginavo più bianco.
Esattamente come il lenzuolo che ti copre.
Sarò breve perché tanto tu non mi senti, non puoi sentirmi.
Sono venuta a dirti che è passata, sta finendo, è finita, andata.
Non avrei pensato che potesse essere possibile.
Un sentimento simile a quello dell’indifferenza che mai avrei creduto potesse insinuarsi tra i miei polpastrelli,
farsi spazio tra tutte quelle lacrime.
Ora non mi faccio più illusioni.
Efficace e misurato, ce l’ha fatta.
E io volevo dirtelo, ne sono fuori, quasi fuori, sì.
E mi sembra triste e mi sembra terribile.
E mi sembra leggero e mi sembra possibile.
E io volevo dirtelo, ma so che è tardi.
Che è tutto finito.
“Questa è la M.W.L. di New York…il vostro clair de lune”.
Caramelle quotidiane, Caramelle riflessiveTutto passa,
passano le tristezze,
i ricordi,
passano gli amori,
le rabbie, le aspettative.
I giorni passano, e facciamo finta che non ce ne accorgiamo.
E non avrei creduto che sarebbe stato tanto difficile “farmi grande”, non solo come vecchiaia
ma dal punto di vista delle moltitudini che contengo e che freno per non farle uscire.
Perlomeno non tutte insieme.
Le cose che ho amato inizio ad amarle di meno,
e con esse i ricordi.
Perché a pensare di non averle poi, mi farebbe troppo male.
Mi sono lasciata ferire,
deliberatamente,
per quel gusto insano di sfiorare le lucciole a mezzanotte.
Mi sono lasciata trasportare dalle nuvole, dal mare,
da quegli occhi.
Mi sono lasciata guardare allo specchio da me stessa,
più triste, più bella di prima.
Perché la tristezza rende belli, lo dico da sempre, e non mi crede nessuno.
Non ho niente tra le mie mani e mi sforzo di non piangere
ma alle volte sento come un bruciore negli occhi che non è rabbia, nè disperazione.
E’ un sommesso pianto, che mi riscalda gli occhi quando scende e che non racconto a nessuno.
A nessuno.
Lo racconto qui dove tre o quattro conoscono il mio volto.
Come se abbinare le lacrime a un volto, poi, fosse una vergogna.
Un mio “lettore”, tempo fa, mi scrisse:
” Non ti conosco e non saprai mai chi sono né voglio sapere chi sei ma sono geloso quando parli di te, geloso che ti conoscano altri, perché ti conosco dalle prime pagine, ho imparato a decifrarti e a leggerti, e mi sento come scoperto anche io. Sento che ti derubano ai miei occhi”.
Non ho mai saputo chi fosse e magari ora, chissà, mi sta leggendo, se non si è stancato nel tempo.
Vorrei dirgli che al momento non lo capii e mi diede anche un certo fastidio: un personaggio – il lettore, anzi – che si ribella pirandellianamente al capocomico. Che pretende di interferire nelle cose che volevo scrivere.
Ma ora è come se lo capissi.
Sono gelosa di me stessa, di chi si approprierà dei miei sentimenti poco filtrati. Come adesso.
Quelle cose che banalmente si chiamano sfoghi e che io sopprimo con alta frequenza e che a volte vengo a scrivere per non sentire quel bruciore negli occhi ma non per farmi leggere.
Neanche la regina.
Caramelle riflessive, I racconti di MorositaTi ho sentito stanco stasera.
Ad assorbire emozioni, ad aggiustare il tiro, a sorridere senza un sorriso ci si stanca, eccome.
Invidio la tua capacità di incuriosirti e ancor più di fare.
Dopo i letarghi in genere ci si assopisce o ci si ammazza su di un divano.
Hai un’età, non hai un’età.
Ascolti ma non ascolti.
Spieghi ma non dici.
Prima, quando eri prete, facevi omelie che erano contorsionismi di parole per le quali mi incantavo e venivo a rimediare una vista su pesci soli.
Poi hai dismesso l’abito talare e ti è costato ma hai assolto a quel bisogno intrinseco di spiritualità che contrasta con la bellezza materiale della tua persona. Potresti essere uno con il bollino arancione in fronte, uno che protesta per la gioia di condividere con altri l’energia senza sapere per cosa o meglio per saperlo, da solo, accanto al comodino di notte.
Ti invidio.
Immagino una vita ortogonale intrisa di rettitudine e benevolenza ed armonia con gli altri come solo i sacerdoti sono capaci di predicare.
Io sono rotonda, caduca e imperfetta.
Tu sei eterno e sembra che non pecchi e non cadi, perlomeno io non ho visto le tue cadute. Le vivo con l’immaginazione. Come ogni altra cosa della mia vita contratta e apparente.
Di notte, lo sai, prima di addormentarmi immagino che io sia morta e mi risveglio nel mezzo delle ore di sonno più fonde, pensando di essere da un’altra parte ma poi la persiana di fronte mi conforta. E i miei occhi restano chiusi, perfetti e contenti. Ma la luce mi ferisce molto e lì ce n’era poca per cui, se non fosse stato per la tristezza infinita nella quale mi sentivo relegata, avrei dormito benissimo, profondamente, non solo per quei minuti in cui ho russato e mi sono risvegliata con il senso dell’errore e della goffagine intrinseca interiore.
Una casa con la vita densa e soffocata, fermata, nei dettagli di una marca di un decennio precedente congelata ma disgelata nei passi ogni anno, ogni tre mesi, in una ragnatela che continua indisturbata a filare.
Tu la notte di sicuro non ti svegli mai; dormi; hai risolto gran parte delle cose della tua vita. Ne lavori per altre con la freschezza di un ventenne in gita, al primo appuntamento, al primo lavoro con i volantini fuori scuola.
Ti svegli presto, fai le cose in tempo, riponi gli occhiali nell’astuccio. Quelli che lo fanno sono ordinati e corretti. Ci si potrebbe fare l’oroscopo su quelli che mettono a posto gli occhiali, tengono ordinate le borse, le case, i pensieri, il sole, quando lo guardano senza richiudere lo sguardo dopo, minimamente scalfito.
A me gli occhi operati sono tornati fragili e leggeri. Si feriscono con un niente.
Si feriscono se dormono da soli, se non vengono accarezzati da altri occhi al mattino, da labbra grate e innamorate. Si feriscono per due lacrime di passaggio che normalmente un tempo transitavano indisturbate tra una faccenda e l’altra.
Vorrei accarezzarti i capelli lunghi che hai, abbassarli sul tuo viso per poi indovinarne i contorni con le dita, vedere se le mie dita ti riconoscono, se i miei polpastrelli, oltre quei fili ricci di cotone, si inumidiscono del sudore della tua fronte di cent’anni. Sei vecchia adesso, una vecchia placida e riconoscente. Che si abbandona alle cose per un momento e poi torna alla saggezza del divenire preso a modello della vita altrui. Vita di chi fabbrica modelli, li spiega alla lavagna, li porta in giro per dare a propria volta un senso a tutte le proprie interruzioni. E ci fa su teorie e aiuta a risolvere gli altri. Che poi gli altri si risolvono sempre da soli o sotto la potenza dell’inesorabilità del tempo che a un certo punto ti finisce i giorni. Ma tu sai anche questo.
Niente più da contare, niente più “sotto, a chi tocca?”, nient epiù campana, nascondino, o bandiera.
Tu e i tuoi anni, tu e i tuoi ripensamenti, con quella banalità che è meglio un rimpianto piuttosto che un rimorso e io che ancora sto a capirne la differenza e il senso ogni volta.
Sei così bella stanotte, davanti a questa luna che ti disegna il contorno, consegnando i lobi delle tue orecchie al buio pesto dell’oscurità di fuori.
Brillano come falene due orecchini gialli. Come quelle rose che ho visitato di notte.
Separano il tuo viso da una parte all’altra, viso angelico, biblico e sacerdotale.
Viso di chi non pecca più e non solo perché ha già peccato ma perché nella sublimazione cerca lo sconto di un disordine inutilmente un tempo perpetrato e che nell’isolamento momentaneo vede una soluzione immediata. Una sospensione. Un karma. Un benessere in affitto.
Ma poi pronti, ancora a cacciare, a scappare, a farsi cacciare.
Nuda – lettore – a dieci centimetri da te.
Caramelle quotidiane Stamattina trovo un messaggio.
“Vorrei comprare il tuo libro di poesie. Ho letto le prime pagine e ho capito molte cose…”.
Una persona che non conosco ma che conosce le mie parole.
Mi è venuto da piangere. Mi sono sentita nuda, fragile, puerile, nascosta, esposta.
Ma più di tutto ero commossa.
Un uomo insospettabile, di quelli che sono sempre in orario, che fanno un lavoro che io non farei mai, che sono bravi padri di famiglia, che sono un punto di riferimento per qualcuno. Quelli con cui non farei amicizia mai.
Gli ho risposto con quell’umiltà sincera che percepisce solo chi mi vuole bene:
-” Te lo ordino io e te ne faccio dono. Ti ringrazio..sono quasi commossa“.
- “Non si è mai visto che un autore regala il suo libro. Perché scrivi che sei commossa?”.
[Ho sorriso mentre leggevo].
- ” Perché mi dai la sensazione che riesco a comunicare. Non sai cosa significhi per me..”.
- “ Se non comunichi tu… Ora te lo dico, io aspetto un tuo romanzo. Ambientato tra Napoli e Canada“.
Ho sentito qualcosa di violento, di molesto – sapeva troppo di me - ma di piacevole che lentamente ha illanguidito le increspature della mia natura.
Non ho risposto più, avrei voluto ancora spiegargli che è un libro che ho pubblicato per partecipare ad un premio letterario, che altrimenti non avrei scritto in questo momento e in questo modo.
Poi ho pensato che ho sempre spiegato troppo nella vita e nello spiegare troppo ho sciupato emozioni e perso persone.
E non ho mai capito chi mi ha parlato troppo poco.
Le parole servono a colmare i vuoti, le parole servono a coprirci quando di esse ne abbiamo abusato per cui ci sentiamo troppo nudi.
E soli.
Regole non francescane
Morosita fa il caffèNel treno ho disegnato una silhouette con l’indice e cancellato, con pollice, i dettagli e con il palmo, le cose grandi.
Avevo disegnato il viso di un bambino, di quelli che dal finestrino di dietro della macchina davanti ti salutano e tu gli rispondi, senza un perché.
La disinvoltura che deriva dall’incontro con l’innocenza. Quello strano affidamento tra due esseri che non si conoscono e che attraverso i vetri, in quei brevi momenti di un traffico condiviso, sono l’uno per l’altro. Comunicano. Non fanno rumore.
Poi ho cancellato perché il viso di un bambino schematizzato su un vetro di brina assomiglia a un pupazzo a cui deliberatamente cancelli il volto. Gli occhi. La bocca. Il naso. Dunque, può generar paura e può lui stesso avere paura.
Così ho disegnato un fiore, facile e senza ambiguità di interpretazione.
Un fiore viene sempre bene, con tutto lo stelo.
Il fiore nei disegni non conosce stile, evoluzioni. Il fiore dell’adulto rimane nel tempo uguale a quello del bambino.
Alla stazione c’era gente che portava uccelli in gabbia per un’esposizione, una mostra, una gara di qualcosa. Erano tutti discreti e silenziosi, compìti. Ordinati nei rituali anche semplici di aprire e richiudere una gabbia, di cambiare stand. Come quelli delle studentesse che giocano a carte nei treni che il finesettimana le riportano a casa.
Alla fine la gente è molto meno complessa di quanto si creda. Ha bisogno semplicemente di regole. Di orari e regole.
O meglio: di regole hanno bisogno due categorie di persone.
Quelli che nella vita non le hanno mai considerate e dunque ci si aggrappano per preservare un’ advenuta (e sconosciuta) ’centralità’ di se stessi verso loro stessi e quelli che senza regole, annasperebbero. Troppo poco creativi e senza le necessarie idee per poter sopravvivere.
Le regole sono piccole àncore, corridoi invisibili entro cui far circolare il proprio battito e respiro. Le briciole di Pollicino, guai a non vederne, a non rispettarne una.
Il giorno in cui sei senza regole trovi il dentifricio sulla stampante e una pantofola spaiata nel corridoio e ti senti fuori posto, in ritardo su tutto, ogni cosa non ti sembra fatta a tempo e in tempo. Ne poni rimedio investendo in un operoso pomeriggio, schematizzato nelle tue intenzioni e meno nelle convinzioni.
Io non ho amato le regole, io ho amato le regole.
Io, un giorno sì, un giorno no.
Io le vorrei, io non le vorrei.
Io, per sempre,
io, mai.
E puoi passare anche una vita a cercare di avere delle regole, fino al punto di contemplare nuove ”esotiche” ritualità d’ora in avanti indispensabili e imprescindibili perché mai sperimentate prima.
E il giorno in cui scopri che, di fatto – tu - delle regole non ne hai mai avute, puoi impazzire di gioia e di libertà o di dispiacere per il solo fatto che, appunto, pur essendoti illuso, di fatto, – tu - quelle regole, non le hai mai avute.
Be like him! “Tre canzoni senza interruzioni”.
Caramelle riflessive, I racconti di MorositaAmo gli uomini che hanno sbagliato nella vita,
che hanno fallito,
che hanno sbagliato e hanno ripreso la via,
o che non l’hanno ripresa mai.
Quelli interrotti e che hanno ripreso da dove hanno lasciato.
Quelli interrotti e che restano interrotti.
Quelli che somigliano ai loro padri ma che a loro non saranno mai uguali e si gonfiano di frustrazione e di depressione per questo mentre sono bellissimi così e non lo sanno.
Amo questi uomini, queste donne, ma gli uomini di più perché, rispetto ad esse, essi sono figli d’arte già nella locuzione grammaticale. Io, figlie d’arte, non l’ho mai sentito.
E poi i maschi subiscono e covano quell’eterna confusione che il proprio padre non li ha amati abbastanza, confondendo riconoscimento e amore e idealizzando le madri e facendo felici noi lettori medi di Freud e de”La psicanalisi”. Mentre le donne no, si sentono amate giusto per essere femmine come sono.
Gli interrotti li riconosco subito. Ostentano(proprio nel senso di mostrare, non di esisibire a sproposito) una grande sicurezza sulle prime, una scioltezza infinita nel dire cosa sognano ma abbassano poi lo sguardo quando parlano del presente e ancora di più del passato. O si toccano il viso o indugiano su una vocale con una smorfia.
Si sentono in colpa con l’interlocutore, come se questi fosse tenuto o sapesse già del loro passato, cosa che non è quasi mai in quanto è con l’interlocutore di nuova conoscenza che si mostrano interrotti. Con le vecchie conoscenze, dissimulano. Fanno gli ironici. Gli scanzonati. Prendono in giro l’interlocutore. Che li sta già studiando. Che li sta già amando.
Io amo gli interrotti.
E’ una categoria del pensiero che trovo esemplificata in un bipede: l‘interrotto.
Io ho tutti i pensieri interrotti e – se non fosse per educazione ricevuta, amen – io interromperei i pensieri di chi me li racconta. Li intercetto prima che finisca la frase e vorrei rubargliela ma invece lo lascio dire. Perché l’intercettazione dell’interruzione nasce dall’amore. Poche storie.
E’ “agapè”, è solidarietà tra neuroni dell’anima, è “sumpateia”.
E dall’ amore interrotto, come tradizione vuole, ci si illude ma non nasce niente.
L’ amore interrotto e per le interruzioni serve solo a selezionare e, appunto, a interrompere i pensieri ma per nessun fine se non quello di rimetterli a posto nel corso della conversazione: riunificarli per permettere loro di interrompersi con un altro interlocutore, alla prossima occasione. Al prossimo “Ciao, e tu? Beh, io prima..”.
Gli interrotti io li proteggo anche quando sono spietati perché non hanno appreso la sincerità filtrata e spiattellano ma senza livore, dicono, feriscono, ma senza stupore. Erano bambini quando si sono interrotti, altrimenti non si sarebbero interrotti tranne che per cause di forza maggiore: un tram sulla via; un incendio in casa; banale insolazione senza protezione.
Li amo così e mi annoiano se redenti o messia.
Mi piacciono fragili e con i conti in sospeso che naturalmente dicono di aver saldato. E così ti fanno credere, se tu non lo sapessi, se tu non fossi l’intercettatore di interruzioni. Se non sapessi che sono terribilmente in apprensione per le loro madri e per i quadri da appendere al muro perché fuori sia tutto a posto e il fuori deve coincidere al dentro. Massì, maccheppalle. Chi noi non ha un armadio che senza i calci sullo stipite non si chiude?
Mi piacciono dolenti e frementi per un tatto di passaggio su una fotografia, per l’errore di un nome, un piccolo errore di ortografia perché pensavano ad altro, per una pausa, un lapsus. Un silenzio. Una domanda e un tonfo per una risposta che non avevano previsto.
Fosse possibile li chiuderei in delle grandi ampolle e me li porterei appresso: un gabinetto degli orrori di dopo Novecento in tour.
Li studierei, li farei interagire, li guarderei. Pochi contatti con me. Io sono l’osservatore.
Tra loro si piacerebbero – reciprocamente ed inspeigabilmente attratti – ma nessuno di loro riconoscerebbe né tantomeno risolverebbe l’altro. Semplice: l’interrotto non sa di essere interrotto. Giudica l’altro narciso, timido o pazzo. Perché anche i timidi – uh- un sacco di herpes ed interruzioni. E i narcisi: non sono cominciati mai.
L’interrotto più interessante è stato naturalmente quello più difficile da decifrare.
Era complesso e consapevole e pertanto adottava strategie e più ne adottava e più mi piaceva. Ed io, ancora di più, ne scoprivo. Aveva sinanche la strategia della strategia: diceva di non averne. Ma al fuoco non si avvicinava mai nonostante dicesse di avere i piedi tra le stelle.
Lo studiai per anni, lo ciclostilai e distribuii alle varie parti di me che con lui ci avevano avuto a che fare. Anche le più sordide e proibite. Lo ispezionai al punto da avvertirne le vibrazioni a distanza, gli impulsi liberatori e seguaci di una nuova altra idolatria d’interruzione. Ne indovinavo le brame che attuava di seduzione, i momenti sì e i momenti no e i momenti che da sì che, se avessi intercettato io, sarebbero diventati inesorabilmente no.
Un interrotto sull’altalena con le corde legate a un grande cuore. Rosso: come nei cinema d’avanguardia su sfondo b/n come la lampada di Momir J. Spicca, non puoi non notarlo, non puoi non farci i conti: porta a spasso quell’uomo, ne regge e governa l’altalena. Fin quando non frena con i piedi che solcano la terra, si arresta, e per qualche secondo sta fermo, aspetta che passi il dondolìo sennò gli gira la testa. E poi riprende pensieroso a dondolare per poi balzare imperioso e dritto, muto e violento, con i piedi questa volta in terra, paralleli e contratti, tremolanti e di scatto senza badare a chi dall’alto ha fatto oscillare l’altalena.
Quella sensazione di pericolo scampato, di avvenuta e superata interruzione, di homonuovo, di strategia nulla e invalidata.
Le interruzioni? Solo un vago ricordo al tramonto in un hotel in un momento di solitudine, dopo la doccia – al balcone – al ritorno dal mare.
Concentrate giusto nella mia prefazione.



