Conoscevo una ragazza. I met a girl.
I racconti di MorositaConoscevo una ragazza dagli occhi scuri e dai capelli neri. Aveva sempre una valigia pronta, all’inizio amava per caso, poi perdutamente, poi per sbaglio. Da bambina sognava di girare per il mondo in camper e da grande di portare il suo caschetto in Canada. Amava ballare al centro delle stanze con dei fazzoletti di velo e le sue sorelle la coccolavano molto e la riempivano di borotalco al cambio dei pannolini.
Poi a nove anni andò ad Ercolano e pianse dinanzi ad uno scheletro di nave e così si innamorò del mondo antico e piano piano si ritrovò a cercare gli oggetti nella terra.
A vent’anni però salì su un palco e quando ci ritornò a trentatré pianse, però non lo disse a nessuno. E un attore in scena non dovrebbe piangere mai se non per finta. Lei, invece, piangeva davvero.
Nel frattempo scriveva, scriveva sempre, scriveva su taccuini, pezzi di carta di fortuna, imparò il francese senza mai averlo studiato, portava suo padre e sua madre sempre nel cuore e faceva loro girare il mondo con gli occhi suoi immaginandosene talvolta la morte. E sapeva riconoscere i depressi, lo era stata anche lei a diciott’anni e non si vergognava a dirlo. Lo fu per colpa di Foscolo e “Dei Sepolcri” e a tutt’oggi in pochi le credono.
Quando scriveva era felice e contenta e un giorno un giornalista famoso le disse che se lui sapeva leggere, lei sapeva scrivere e con questa geniale inversione lei si convinse a lanciare pezzi nell’etere, di qui il blog e il sogno della scrittura.
Io con questa ragazza, vedete, parlo poco anche perché talvolta ho l’impressione che viva in un mondo tutto suo, ama a modo suo, possiede amici importanti che non frequenta, difende cose indifendibili e alle volte per partito preso ed è polemica, spesso severa, nel tranciare gli altri e le cose, ma io un’idea di lei ce l’ho perché me lo ha detto lei, una volta.
Mi disse: “Vedi, io non troverò pace perché non so come si vive, vivo secondo quello che sento ed io non sento mai in modo uguale e questo mi costa uno sforzo incredibile soprattutto nel restituire un’immagine rassicurante a chi mi vuol bene o mi conosce da sempre e che si vuol sentire da me che vivo come loro e come si dovrebbe. I più grandi pezzi di verità li ho regalati a gente di passaggio, gente ai quattro angoli del mondo ed è lì che io ritornerei. Nel mare di St. Malo e il mio fidanzato, quello che rimarrà tale anche fino alla fine dei giorni, perché il mio cuore è fermo lì e a quello che siamo stati e che non siamo mai stati, lo sa”.
Ora - il problema è che questa ragazza mi manca, sta per poggiare a terra quella valigia, ma tanto io lo so che la ripoggierà altrove e scapperà qui, qui da me, dove è protetta ed è libera di contrarre i sorrisi per la gioia o per il pianto e sempre di correre nel vento.
E so anche che fra qualche giorno mi chiederà di accompagnarla. A comperare. Il camper.
en route..
Morosita's travels and tripsLa signora è inquietante,
e con lei il ragazzo. Li ho scambiati per una compagnia di teatranti con biacca in faccia. Ho anche detto loro che sembrava, la loro, una casa di fantasmi. Compresa l’arpa e gli arazzi del ‘600. Quella dove dormirò anche io, stanotte ![]()
L’anatomia della morte.
Caramelle quotidiane, Caramelle riflessive, I racconti di MorositaStanotte sono tornata indietro di undici anni. Pronto Soccorso, mia sorella, forse un infarto, mio padre morì lì, così, in quella stessa stanza, verso la stessa ora.
Mi sono data forza mentre le gambe vacillavano e sbattevo di fretta la portiera.
Mi sono sentita piccola, come allora, ho pensato che la mia vita è come se non fosse cambiata mai. Eppure quel nipote di sei anni ora è un giovanotto che corre, preoccupato, dietro a sua madre.
Finora non avevo mai pensato alla morte di una delle mie tre sorelle o di mio fratello. Eppure nella vita ci tocca anche questo.
Quando ti muore un genitore, un padre, perdi le spalle e il terreno da sotto ai piedi; quando ti muore una madre, il cuore e il fiato; un fratello o sorella, forse, un braccio o la mano d’infanzia con cui ti addormenti sul cuore.
Gli stessi gesti, quei due piedi nei sandali dopo l’elettrocardiogramma, attraverso la tendina di robusta plastica verde.
I piedi di mio padre, freddi, immobili, mentre con le pupille ci parlava.
Mentre mio padre moriva io gli accarezzavo i dorsi dei piedi e la porzione di pelle verso le ginocchia, l’unica parte scoperta da fili elettrodi tubi. Avevo i capelli corti e gli occhiali.
Ora ho il viso lungo solamente, senza occhiali, alle volte tanta tristezza e incompiutezza negli occhi.
E i capelli lunghi, molto lunghi, dopo le spalle, dopo tutto.
Ancora un’ultima estate.
Caramelle riflessive, Chicchi amari, I racconti di MorositaUno pensa, le ultime vacanze insieme.
Compera i pantaloncini, un costume nuovo, aiuta a far valigie. Arriva e guarda il mare , lo fotografa, fotografa se stesso con gli altri, fa finta di nulla, va a farsi un bagno. Gli altri ridono, schiamazzano, si schizzano, il cielo è rotondo, il sole non c’è ma lo immagini perché fa caldo.
Fa la spesa, quei magazzini estivi in cui entri con le ciabatte fatti per gente allegra che d’estate si diverte e mangia cocomeri freschi sulla spiaggia. L’estate è fatta per ogni padre ed il suo bambino; l’estate è fatta per cambiare il costume ai figli; per stringerli bagnati e metterli all’ombra per non farli scottare.
L’estate è castelli di sabbia e gite presto in barca all’indomani e a comperar cappelli e dire senza sosta che fa caldo e l’anno scorso di meno.
Fare i conti alla rovescia; tutto un far finta di niente e scattare foto e ridere con uno dei tre figli in braccio e sapere ogni cosa e che la clessidra è alla rovescia e la sabbia in basso è già un alto cono.
Promessa di matrimonio
Caramelle all'assenzio
Sono andata ad una promessa di matrimonio durata quanto un matrimonio.
La sposa scartava i regali con lo sposo e ad ogni imballaggio che si lacerava entrambi urlavano il nome dei parenti o amici che avevano fatto quel regalo e, all’unisono, dopo il nome, dicevano “grazieee!”, come fa Enrico Ruggeri ai concerti.
La sposa diceva sempre “amò” allo sposo e lo sposo rispondeva altrettanto.
Poi la sposa è venuta vicino al nostro tavolo prospettandoci le sue difficoltà di lavoro e di trasferimento e chiosando con “tra un anno cominciamo a provare (provareprovareprovare) per il bambino - IL BAMBINO! - cosa che mi agevolerà per il traferimento”.
Ho avuto paura.
luglio bicolore
Caramelle quotidiane, Caramelle riflessiveQuando assisto a morti improvvise mi convinco sempre più che fabbricare vite sia un inutile spreco di energia.
Hard to say.
Caramelle riflessiveLe cose che ti ho detto, difficile spiegare.
Le cose che mi hai detto, poco da commentare.
Le cose che vorrei dirti, implose. Quelle immaginate, in via di evaporazione.
Quelle per stupirti, qualcuna.
Quelle per capirti, in via di individuazione.
Quelle per consacrarle all’incertezza, infinite.
Quelle per fuggire, queste.
chi coglie il fiore impazzirà.
traccia falsa
I racconti di MorositaMi sono accorta di te quasi per caso. Non parlavi. Eri nell’ultima fila e mi guardavi.
D’un tratto ti sei fatta vicina ed è stato come un miracolo sentire che mi appartenevi così, in un lampo.
La naturalezza di ogni gesto, il tuo modo di rifugiarti per evitare di capire mi ha ricordato esattamente il mio quando schivo i pericoli per non piangere.
Scrivo così affinche tu non esista perché se è vero il contrario, allora io credo ai miracoli.
riflessione di un giovedì non santo
Chicchi di caffè
Credo che gli uomini -quando scrivono d’amore- lo facciano divinamente e meglio dell’altra metà della mela. Ho pagine di romanzi maschili nella mente che, in una giratina di caffé in tazza grande, affiorano densi.
Ferronaso.
I racconti di Morosita
Dei tanti odori che mi sono appartenuti, in tutti i miei viaggi, in tutte le mie “dimensioni”, quello che ricordo sopra tutto è quello del treno. Sa di metallo acciaio. Quasi di sangue rappreso.
Non ti lascia neanche dopo quando scendi, impregna gli abiti, come la sigaretta, ed anche un poco i respiri.
Un giorno, giuro, mi concentrai e cercai di capire da dove potesse provenire. Guardai i posacenere, studiai i predellini, le reti per i bagagli, i corridoi, il linoleum al centro, la carrozza 5, quella ristorante, eppure niente. La solita ragazza sui 30 con lima o burrocacacao sulle labbra come un rituale di fine secolo.
Quell’odore di metallo lo portavo a casa ogni sera, per molti anni. Insieme a quello di libri, riviste, e cose da progettare. Torna nelle narici ogni volta che ho in mente un viaggio o una nuova idea su cui impegnarmi. Allo stesso modo svanisce quando torno troppo stanca la sera per immaginare un capotreno che avveri i miei desideri.
Riappare se dico Roma, svanisce se dico casa. Riappare se dice lontano o se dico America, sfuma se abbraccio il tepore di mia madre.



