La donna perfetta
Morosita's travels and trips
Incontrai una volta in aereo la donna perfetta.
Arrivava e non arrivava ai 30, appartenente alla rara specie delle donne che non puzzano e che se sudano sprigionano latte di mandorla e fiori di loto centrifugati. Filo di perle al collo, tubino grigio e bambina scassatutto (nel senso di tutti gli apparati possibili di riproduzione, ermafroditi e padiglioni auricolari di crisalidi compresi) sul seggiolino di fianco intenta a molestare le pagine della mia rivista specializzata:”Chi“.
Per quanto ad alta quota e con clim a palla per via della quale anche Bud Spencer avrebbe rischiato l’ipotermia, io mi sentivo appiccicaticcia, scomposta, con i capelli impigliati nella stanghetta degli occhiali (in aereo non porto lentine che poi mi si azzecca tutto e ci vuole l’idrante del 120esimo piano di un grattacielo per staccarmi bulbo da plastichina graduata): insomma, un cesso, una donna inutile ai fini della procreazione, con qualche speranza per quella assistita coadiuvata da marito cieco per la serie “mi va bene qualsiasi ovulo, anche il Kinder sorpresa”.
La bambina era la sorella di Danny di Shining: un caschetto liscio piatto che manco Sergio Japino con phon e diffusore saprebbe capace di fare alla sua Raffa.
La donna perfetta attaccò bottone, mi chiese in sostanza il motivo dei miei viaggi sospettando che commerciassi olive di Gaeta dalla comunità tedesca di Colonia al quartiere gay di Montreal (“we ship all over the world”). Riassunsi in pillole la mia vita, persuasa dal fatto che avrei dovuto assolutamente porre fine con un urlo da grizzly allo strazio della piccola Dannie intenta a scrivere sul mio braccio il suo nome con il pennarello nero datole dall’hostess in un eccesso di lusinghe disneyane della compagnia inglese di bandiera. Cosa che non feci tant’è che appena misi piede a Napoli fui scambiata per il braccio sinistro di Cannavaro tanto quei tatuaggi informi spiccavano al punto da innescare una evidente competizione con i punti neri del naso di Mentana.
La donna perfetta finse di seguire le mie mirabolanti storie con rapidi cenni di chignon, ma poi mi lasciò come una stoccafissa a parlare non appena adocchiò il carrello dello shopping ad alta quota, sul quale si avventò con gambe a compasso e mani rotanti stile Venus moglie di Mazinga Zeta.
Comprò portachiavi inutili, una palette di gloss Lancome della collezione donna “Neolitico-Eneolitico” che manco i cicicsbei del ’700 trovavano più nei mercatini dell’usato.
Finsi di interessarmi alla sua pratica complusiva mentre in realtà approfittavo per dare calci leggeri alla bambina infernale sotto il seggiolino. Lei mi raccontò della stanchezza di vivere in un attico a Parigi, di trovare la baby sitter giusta e il pane che più somigliava a quello di casa, della sua casa, della sua infanzia, della sua Salerno. Per un momento avrei voluto schiacciare rewind e farle dire anziché Salerno, chessò..Manhattan, Miami Beach giusto per immortalarla definitivamente e con tutte le credenziali nell’Olimpo della donna da rivista.
Non ci fu tempo e così, dopo un breve amarcord su nonni, panni stesi e ricordi, atterrammo, e anche la belva liscia parve beneficiare della manovra arrendendosi alla decompressione con la bocca aperta, sbavino laterale, e Bratz penzoloni lato corridoio nella mano moscia. Anche la Bratz pareva perfetta; la mia Barbie a quell’ora già avrebbe sudato e dato in escandescenza, abbigliata in prendisole e mollettone in testa.
All’arrivo, tra scalette, trolley griffati e creatura al seguito, l’incantesimo svanì eppure di schiocchi di dita e principi azzurri trepidanti su rullo trasportatori nemmeno l’ombra. La collana di perle perse potere, e così il romanzo in lingua originale cadutole dal secchiello rigido infilato al braccio altezza petto. Si trasformarono in un filo di lana cotta e un compendio facilitato di Harmony.
E tutto questo, tutto tutto questo, per quattro, semplicissime, amorevolissime parole coordinate allo sventolio del braccio destro-direzione folla bianca Dixan Ultra in trepida attesa di parenti grassi e fessi dall’America in mutandoni e canottiera:
- “Uèèèèè, zio Salveeee, zio Salvattoreeee, ce vidi? Stamm ‘ccà”. (Trad. “Ehi, zio Salve, zio Salvatore, ci vedi? Siamo qui”).
Assistetti così al primo e unico omicidio della mia vita: quello della donna perfetta.
E zio Salvatore fece ciao.
inserito il mercoledì, agosto 6th, 2008 alle 00:05 nella categoria Morosita's travels and trips. Se vuoi puoi seguire i commenti di questo articolo tramite RSS 2.0 feed. Puoi lasciare un tuo commento, o un trackback dal tuo sito.



