Casual rendez vous
I racconti di Morosita, IncontriMontréal, un 26 settembre qualunque
S.te Catherine non mi era mai apparsa così immensa, peccato che dovessi correre giù in centro a dare lezioni a un grassone molisano trapiantato lì da anni, con la moglie bionda e lo schermo ultrapiatto. In compenso non faceva freddo, ma quel fresco pungente che solo settembre.
Mai saputo scegliere le scarpe adatte per camminare, sempre modelli anomali e all’apparenza scomodi. Col tempo ancora più scomodi.
L’odore di muffins circolava tra grosse limousines e gli operai al lavoro sotto casa-men at work.
L’idea più folle era scendere sottoterra e nascondermi per ore, persa dietro a banconi di ristoranti giapponesi che cucinavano ad acqua e a proteggermi dal freddo, quando scendeva la sera. La neve ti sorprendeva, se ne infischiava delle mie calzette corte alla luciobattisti.
Aspettavo le otto di sera per chiamare a casa e nel frattempo mi infilavo nella metropolitana: Place des Arts.
Il mio fidanzato biondo non mi aspettava sempre, anzi quasi mai, diceva che faceva gli straordinari. Tutti uguali gli americani. Il mio fidanzato biondo equivaleva all’abbonamento dell’autobus che portavo in tasca, stropicciato sotto al culo quando tornava la sera.
Era un pomeriggio strano, quello, di quelli che a casa proprio non vuoi tornare. In fondo a casa chi mi aspettava? Un gatto, una vecchia signora e gli ebrei gentili del piano di sotto con i loro boccoli e i passeggini per i gemelli.
Ma i miei pomeriggi erano fatti di lunghe passeggiate a piedi, a scamparmi con passi veloci dal freddo con la musica nelle orecchie, a prendere in giro me che ero arrivata laggiù ad abbracciare con lo sguardo il S.Lorenzo e biciclette vecchie sotto le case dei viali alberati. La mia perversione era perdere l’autobus e il fidanzato biondo che il sabato sera si andava a sballare.
Quel giorno fu il giorno in cui decisi di non tornare, neppure da me stessa per farmi quell’odiosa tisana la sera che speravo mi riconciliasse con il mondo e con gli aerei.
Aprii una grossa porta a vetri, pesante solo a guardare, la feci ruotare sugli assi metallici e puntai dritto una sedia di velluto rosso, di quelle che trovi nei teatri.
Avevo un cappottino nero, capelli raccolti e belle speranze, le stesse del signore alto con i capelli bianchi. Parve capirmi per incanto e mi accompagnò al piano di sopra senza parlare, tenendomi delicatamente per un braccio e parlandomi in francese. Fu a quel punto che volli con tutte le mie forze fingermi italiana e rispondergli in quella che invece era la mia lingua vera.
Le scale mobili erano infinite, era la prima volta che finivo in quel posto con tutti i miei capelli neri.
In un attimo fu Mahler e fu Chopin; in un attimo fu nella mia testa Gigi D’Alessio e tutti i tamarri di Napoli, ma non potevo parlare.
Lo seguii in silenzio, ascoltai la sua parlata perfetta, misurata, calibrata con ogni [r] al suo posto e ogni sospiro deciso e quieto tra una parola e l’altra.
Mi lasciò il braccio un pò di fretta, al piano di sopra eravamo al sicuro, meno gente, poco chiasso, un’intimità di velluto e di oggetti che cadono senza rumore. Sparì.
Mi si avvicinò di spalle, mi scostò i capelli, il patto era quello fra Orfeo ed Euridice. Lo rispettai.
Due cappe morbide sull’orecchio, la stessa morbidezza delle calosce che portava mia nonna, tutto mi sembrò all’improvviso silenzioso, ovattato, poi diffuso lentamente nei timpani e in tutte le mie vene delle braccia.
Sentii la sua voce, in cuffia, la musica della mia vita bambina, questa musica qui.
Lui mi stava di fianco, Renaud Bray pareva illuminatissimo e immenso, ed io non ebbi più paura.
Chissà, forse volevo volare.
inserito il lunedì, settembre 29th, 2008 alle 00:14 nella categoria I racconti di Morosita, Incontri. Se vuoi puoi seguire i commenti di questo articolo tramite RSS 2.0 feed. Puoi lasciare un tuo commento, o un trackback dal tuo sito.



