18ott

Messi vicini per caso

I racconti di Morosita

La vettura è ampia, il finestrino è piccolo, i tuoi occhi ci sono e non ci sono nel senso che se per un attimo guardano me, un attimo dopo fissano l’ora sul polso.
Ogni giorno sediamo di fronte, io con i capelli rossi, tu con gli occhiali rotondi.
Ho iniziato ieri a non mettere più i jeans per stupirti e per dimostrare anche a me stessa che una gonna, volendo, la so portare.
Il treno lo amavo molto da ragazza, poi ad un certo punto non l’ho amato più perché l’odore metallico delle reti delle cuccette mi ricordava il distacco da Budapest. Ogni mattina è questo l’odore che sento, impresso nelle narici quando appoggio il mio sguardo sul bavero della tua camicia un poco lisa e mi abbandono a copiosi, fragili pensieri.
Vorrei chiederti ad esempio se a te piace il té.  A me sì, ma trovo che sia acqua bollita aromatizzata ma non trovo il coraggio di dirlo a nessuno, figurarsi ad un estraneo.
Vorrei dirti che anche se vado in ufficio a ordinare carte in archivio, indosso le autoreggenti blu. Anche sotto ai jeans.
Poi forse non vorrei dirti niente, ma solo lasciare che tu appoggi una mano, dove ti pare, purché senta di che temperatura è il tuo sangue. Ho un’ossessione per questo e poi sai la patria di Dracula non è così distante dalla mia.
In questo preciso istante ho sete e potrei avere mille scuse per chiederti di indicarmi il bar, ma è terribilmente goffo e sa di film, così ho sete, rifletto, ti guardo e me la tengo.
Hai gli occhi di uno che non ha dormito, chissà.. hai moglie, un paio di figli, magari un cane. Hai abbastanza capelli, ma ai lati iniziano a cadere, credo che lì stia il tuo fascino. Strano a dirsi ma alcuni uomini stanno meglio così, sopratutto quelli con lo sguardo sofferente e le montature grigie di metallo.
Non ho capito perchè guardi sempre l’ora, sei un pendolare che dovrebbe avere tutto memorizzato in testa, compreso il tempo di arresto del treno e la ripartenza. Eppure tu hai l’aria di uno che è stato sorteggiato  e messo in quel vagone, di fronte a me, ogni mattina a guardarci ma soprattutto a non farlo.
Non so se sia un caso che ci ritroviamo sempre qui, se tu quel posto lo avevi da mesi, prima che mi impiegassi anche io in città, magari lo condividevi con un collega o una giovane amante o se è stato anche questo uno scherzo del mio trasferimento. Magari ci appoggiavi la borsa e ti addormentavi. Magari mi aspettavi, sapevi che prima o poi sarebbe arrivata Martina la rossa e tutti i suoi disastri nel cuore.
Quando prendi il cellulare sono gelosa, quel tempo e quello spazio lo considero ormai nostro così come quando apri il giornale. Quel giornale è di troppo, una tenda lunga di carta rumorosa tra le tue ginocchia e le mie, una barriera insopportabile che dura minuti quando compare nell’angolo il simbolo di quel pallone.
Non so perché ma ho spesso l’istinto di far finta di sentirmi male quando lo apri, così per qualche minuto terrei desta la tua attenzione su di me ma anche quella del ciccione a strisce giù in fondo.   
Le stagioni corrono fuori, i colori sono un vortice nelle pupille che ritornano nei loro spazi quando il treno si ferma in stazione. Il momento più brutto, vederti alzare prima di me, infilarti nella metro e tenerti lontano per ventiquattrore. Sono tutto sommato un’ottimista e credo che il giorno dopo sarà come il precedente, ma quando mi capita un’occasione come quella di oggi quando ho finto di dormire e da sotto il bosco delle ciglia ho scoperto che mi guardavi il collo?

inserito il sabato, ottobre 18th, 2008 alle 14:11 nella categoria I racconti di Morosita. Se vuoi puoi seguire i commenti di questo articolo tramite RSS 2.0 feed. Puoi lasciare un tuo commento, o un trackback dal tuo sito.

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