“Una concorsista piccola piccola”(seconda puntata)
I racconti di MorositaLa seconda e penultima puntata del concorso mi vede scendere dal treno, congedati la signora pereta con Fefé (cfr. prima puntata) e l’impiegato “provolone” ammiratore del mio francese, con appena due ore di ritardo.
La stazione di Bologna, che un po’ conoscevo, mi pare rimpicciolita, ridotta al negozio con Camomilla e Pucca: dei binari neanche l’ombra. Mi sono sentita nella casa di Barbie con tutte le scarpe ai piedi.
Per prima cosa organizzo il poco tempo a disposizione il che per un napoletano è arduo in partenza.
Vado alle macchinette per pagarmi con il bancomat il viaggio di ritorno, tempo 2 minuti e col biglietto in tasca e un paio di persone che mi chiedevano soldi dietro e alle quali spiegavo che no, veramente, non era proprio il momento, mi dirigo ai bagni, 80 centesimi, una pipì e una spazzolata ai capelli, e passa la paura. Ah, tecnologica, avanzata Bologna!
Sono solo le 14.20, pioggia incessante e taxi incolonnati per clienti sfatti da spennare. Il concorso è alle 15 e io nel frattempo guardo l’edicola e penso a un caffé.
Salgo sul taxi, autista più bianco che grigio, affabile, viste forse le 1.400 richieste della giornata, mi chiede cosa mai si stesse svolgendo di tanto IMPERDIBILE al Palazzetto. Gli sorrido e lo liquido con tre parole: “Una delle tante cose inutili del nostro paese“.
“Lei è simpatica“- mi dice- “è di Napoli, Napoli?”
(Avrei voluto dirgli, ma io che ti chiedo Bologna Bologna? Su Napoli voi tutti lo chiedete sempre, lo so, lo so che pensi che vengo da un posto affollato ai limiti della civile sopravvivenza, ma ti rispondo perché sono personcina educata e a modo e perché in questo momento senza di te al concorso non arriverei mai altrimenti ti fornirei Scampia come parola chiave, giusto come criptato esperimento socio-antropologico).
E così arriviamo, poca gente in fila, sospetto che sono approdata ad una partita di pallavolo e invece no, riconosco qualche occhialuto della Sapienza e ritrovo un paio di toscane della Specializzazione con i quiz in mano: quelle più odiose, ovviamente incinte, con il foulard Alviero Martini al posto della kefiah appesa al chiodo, come conviene alle neo-spose borghesi, e le unghie nere da cantiere che fa sempre un po’ figa e anni intensi di viaggi, spinelli e gloria.
Vado a prendere il caffé nel bar di fronte, telefono a mia madre che è un distinto medico in pensione, eduardiana nella sostanza, assuntalmirantesca (nei capelli!), disincantata nei fatti. La chiamo giusto perché temevo una tragedia familiare. Lei è una fan dei telegiornali e di Michele Cucuzza e semmai avesse appreso dell’alluvione a Roma e bla bla, credo che:
a) malore
b) cero a Santa Rita.
Per fortuna sonnecchiava amabilmente sul divano, ostaggio dei nipoti, assolutamente indifferente al tutto:
” In bocca al lupo, ah ma tanto non ti preoccupare già si sa chi vince” .
Dopo questo confortante incoraggiamento esco dal bar, penso che sono scema e anziché un caffé avrei potuto mangiare una adorata piadina, guardo i candidati là fuori, penso che sarei voluta andar via. Mi metto in fila, manca mezz’ora, dopo un quarto d’ora capisco che io sono in fila per la lettera “Da TRA a ZAC“, prendo definitivamente consapevolezza che sono EMME e così vado nella fila giusta. Scambio numero tre battute con una di Roma che conoscevo, una che morirà con la sciarpa etnica annodata al collo e la rasta (anche lì), una di quelle che per un periodo era alla nostra biblioteca e non si accontentava mai della patente per i prestiti dei libri ma voleva sempre la carta di identità, perennemente scaduta. Comincio a raccontare la solita storia dell’alluvione e del treno di cui sono francamente stufa, ma, giuro, di Fefé non dico nulla. Dopo un paio di vabbane, ahò e chettedevodì, in bocca ar lupo e un conclusivo “certo che te però sei matta a venì da Napoli cor treno co’ sti tempi, io peessempio sò partita ae cinque stammattina, ahò“, mi congedo pensando che avrei dovuto dirle che il Padreterno della capacità di prevedere le condizioni del tempo ancora non mi aveva dotata, ma preferisco proustianamente tacere.
Ci mettono in fila, tiro fuori un paio di ricevute d’iscrizione e il passaporto; mi ringraziano, firmo come una star consumata di Bollywood, mentre mi aspettano altri due signori per consegnarmi una cartellina su cui scrivere (modello scriba egizio V dinastia) più penna e foglio delle istruzioni in caso di esplosione del candidato. C’è molta meno gente di quanto pensassi, una metà? Boh, mai stata capace di fare ‘sti conti, potrei tranquillamente dire che la domenica allo Stadio S. Paolo ci sono sì e no duecento persone.
Mi siedo al primo posto che mi sembra buono, manco il tempo di abbassare la spalliera dello zaino che la signorina vigilante secelianaahhh mi dice: “No, signòòra, lì sòpra“- indicandomi quattro, cinque file più in alto. Avrei voluto ammazzarla, uno perché è un periodo in cui soffro di vertigini più del solito, forse stress, e già mi figuravo l’altezza e poi il dover ridiscendere, e due perché mi aveva chiamato signora! Tuttavia vado: la più esterna di una fila.
Ad aspettarmi, assolutamente inconsapevole del carico di stress della donna che stava per sedergli di fianco, un signore alto, elegante e biondo, una specie di rivisitazione longilinea e profana dell’arcangelo Gabriele.
La cerbera mi assicura -annuendo- che ho indovinato il posto. Almeno una cosa l’ho azzeccata.
Fiù.
Fine seconda puntata.
inserito il sabato, dicembre 20th, 2008 alle 17:25 nella categoria I racconti di Morosita. Se vuoi puoi seguire i commenti di questo articolo tramite RSS 2.0 feed. Puoi lasciare un tuo commento, o un trackback dal tuo sito.






Complimenti per le tue espressioni nel parlare,ragionare ed esprimere al meglio il tuo essere. Se sei abruzzese, ci vivi oppure stata di passaggio sono anche piu’ orgoglioso di me tuo regionale anche se dal mio sito non sembra. Cordiali auguri per tutto Augusto56
Se diventi la nuova Ally io sarò il tuo primo fan.