10Mar

Mai dato

I racconti di Morosita

 

Vuoi sapere perché? E cosa mi piaceva di lui?
Perché diceva: “Che pena..”. 
Io sono cresciuta dicendo questa frase, me l’ha insegnata mia sorella che non era di questo pianeta in quanto a sensibilità e intelligenza. Ce la insegnò molti anni fa e tutta la mia famiglia ora lo dice e lo dice senza spiegare, perchè la morale del cacchio invece impone la spiegazione “Come pena?! Ti fa pietà?!”. Come se poi non fosse il Cattolicesimo stesso a predicare di pietà e compassione (e di qui l’etimologia latina: “soffrire insieme”). E ora la ripeti anche tu.
Lui me la disse in auto, due volte, poi la ripeté un’altra volta dinanzi ad un carlino legato fuori ad un negozio, noncurante che il carlino fosse un cane snob. E non pensò minimamente che dovesse spiegarla.
L’anima degli altri, te lo ripeto sempre, si cattura nei dettagli, ed io ero una cacciatrice di anime. Sarei stata capace di innamorarmi di ogni creatura vivente, di qualsiasi sesso, anche di un fiore di camomilla solo e appassito. Questa cosa mi ha fatto soffrire sempre. Non ha mai fatto sentire condivisibile la mia anima, mi ha reso sola anche davanti a mille persone.
Con lui, invece, era diverso, diceva le mie parole con la sua bocca ed era magico osservarlo di profilo. Peccato che i viaggi durassero sempre poco. Nella macchina spesso faceva caldo ma non glielo dicevo perché lui non poteva farci niente e poi perché non volevo interrompere i suoi lunghi pensieri. Sono sicura che ne avesse a milioni ed erano tutti proiettati verso quella distesa di mare che a me faceva paura e lui non capiva. Lui non poteva averne paura, ci era nato, forse ci viveva anche sopra. Ci pescava i ricordi di ambra e di stelle, quando decideva di incontrare il passato e se stesso.
No, non ho mai voluto dirgli bene cosa avrebbe potuto rappresentare per me per la stessa ragione per la quale ti dico di fare attenzione quando attraversi o ti ritiri da sola la sera. Era in fondo anche lui una piccola parte di me anche se lui non lo sapeva, forse non lo sospettava nemmeno. In fondo era anche straniero. Quelle quattro parole che io capivo mi rapivano al solo suono, una bocca arrotondata su una serie di semivocali, dei jod singhiozzanti, brevissimi, intensi.
Era distratto, ma intensi i suoi occhi in mezzo al suo viso, di un verde inquinato ma vivido come le foglie strizzate dalla prima rugiada buona della stagione. Era distratto perché pensava troppo e non sapeva gestire i pensieri, non perché non pensasse affatto che stavamo camminando in tondo per la quarta volta.
Era con me ma sempre da un’altra parte, e io assistevo al sacrificio di una persona prigioniera dei miei occhi e delle mie risate adatte ad ogni silenzio. Avrei potuto fare mille gaffes, essere più insicura di lui, ma gestivo sapiente gli spazi e la descrizione di quelle finestre come un fotografo che conosce i suoi paesaggi. In realtà aveva solo quindici anni, ma ne dimostravo trenta. 
Il tempo non poteva mai allungarsi, lo avevo imparato durante i compiti in classe quando dovevo sempre consegnare le brutte, così altro non gliene chiedevo, ma avrei voluto solo dirgli “Vieni, facciamo una corsa? Mi annoio a guardarti senza fare niente, mi annoio a guardare il mare senza poterti leggere dentro, il mare mi smuove sempre qualcosa nel petto, mi avvicina distratta alla morte, capisci, mi senti, mi vedi?. Ti giri solo una volta per piacere? Inutile che guardi quella mosca, è sempre a pancia all’aria, è sempre la stessa. Sei un guerriero insensibile, un egiziano di lato rispetto ai miei occhi”.
Lui non si girava quasi mai, infilava storie su storie, e parlava di storia, quella del suo paese, che per me era solo leggendario e lontano. In qualche modo aveva scelto di non condannarsi a viaggiare come aveva fatto suo padre, si era fatto bastare l’oratorio e il cortile di fronte casa.
Probabilmente sapevamo entrambi che ci saremmo potuti amare tutta la vita ma nessuno osava regalarsi una finta promessa. Io avevo trenta anni ma ne dimostravo quindici.
Il tempo poteva sempre dilatarsi, lo avevo imparato quando ero candidata per le comunali e non sapevo mai come concludere i discorsi quando non avevo più niente da dire. 
Avrei voluto dirgli: “Vieni, facciamo l’amore? Sono sicura che sappiamo farlo entrambi. Mi annoio a sentire queste cose che in fondo non interessano né a me né a te e so bene pure che se sparissi adesso probabilmente ti farei anche un bel regalo. Mi baci sulla bocca per piacere, mi stringi piano e appoggi il mio volto sul tuo volto? Voglio sentire l’odore del tuo collo, tra le orecchie e i capelli, baciarli di spalle, spostarteli con il naso, giocare con i tuoi lobi raggrinziti dal freddo.
Fai bene a guardare quella mosca, guardala meglio così non ti accorgi che sto iniziando a stringerti di spalle e a portarti via quella perenne malinconia dagli occhi. Quella mosca fa pena, ci ha preceduti davanti al divino. E tu sei un esule bellissimo e sfatto davanti ai miei occhi”.
Ora capisci perché. Perché alle volte le persone sono come dei semafori spenti, incapaci di lampeggiare, insicure, appese a remore e scuri sospese, a rimpianti a specchio nell’acqua di mare beige per la sabbia.
Sarebbe bastato un centimetro, un millimetro appena più al centro per catturare quell’odore di saliva familiare e così antico, di un uomo che in una ha attraversato mille vite e non lo ha neanche capito. Ne percepii l’odore, nulla più.
Valse più di mille baci, figlia mia.

inserito il Martedì, Marzo 10th, 2009 alle 22:37 nella categoria I racconti di Morosita. Se vuoi puoi seguire i commenti di questo articolo tramite RSS 2.0 feed. Puoi lasciare un tuo commento, o un trackback dal tuo sito.

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