Zibaldone
Caramelle riflessive, Morosita in versi
Mi piaceva il fatto che mi aspettassi mentre provavo i vestiti.
Ti atteggiavi a segugio stanco per elemosinarmi attenzioni più tardi.
Non conoscevo il nome di quelle imbarcazioni ma il fatto che me ne stessi parlando tu mi rendeva tutto più familiare, noto, amato e sconnesso. Come eravamo noi due.
Non avrei mai creduto che un grattacielo potesse ospitare per così tante ore due amanti stanchi. Loro.
Ho sempre capito tutti i tuoi pensieri. Sinanche di farmi piacere le stesse donne che piacevano a te. Tale era la simbiosi.
Fingevo di amare quei gelati. Ci venivo giusto per allungare il tragitto per poterti annusare.
Credo senza ombra di dubbio di aver provato estasi nella mia vita. Contemplavo il soffitto, come se galleggiassi, tu eri sfinito di fianco. Galata morente.
Per la prima volta mi sono figurata la mia morte con esattezza. L’idea di essere goffa anche nell’altro mondo mi ha seriamente imbarazzata. Poi non ci ho pensato più.
Credo che tutti quelli che scrivono o si definiscano artisti abbiano una paura fottuta della morte. Solo che non ne se ne parla. E poi, insieme a tutto il resto del mondo, si fabbricano figli. Molti lo fanno per dovere, molti per immortalità, molti per regalare un giochino ai nonni. Pochi per amore.
inserito il lunedì, luglio 20th, 2009 alle 18:02 nella categoria Caramelle riflessive, Morosita in versi. Se vuoi puoi seguire i commenti di questo articolo tramite RSS 2.0 feed. Puoi lasciare un tuo commento, o un trackback dal tuo sito.



