02set

I “bregari” del Ruanda

Chicchi amari

La storia e la protesta dei precari, ammettiamolo, non frega a nessuno. E’ un po’ come la storia dei bambini denutriti in Africa o del genocidio in Rwanda; se ne occupano brillanti intellettuali su fondi ed editoriali o la svampita di turno di Hollywood che un mattino sì e un mattino no effettua donazioni e adotta bambini come cani.
Li guardi, in televisione, hanno inflessioni dialettali, il baffo anni’ 70 e le donne, le meches stinte, te li immagini al discount a fare la spesa, in cortile a lavare la macchina con il tubo della pompa o ad almanaccare rate per l’acquisto della stampante per i figliuoli, e pensi che anche tu ‘sto sabato o l’altro dovrai andarci, li guardi scorrere, come guardi la pubblicità di “Pan di Stelle”, il canone Rai, il culo della Rodriguez su cui intrattieni anche un qualche pensierino, e come milioni di altre cose molto più serie e drammatiche, con la differenza però che non ti appassioni al caso e non ti indigni:”Ma coome, ha ucciso la moglie?!! E perché con l’ascia e non con la scopa elettrica?”.
Siamo onesti, su, non frega a nessuno, perché le cose lontane fregano a pochi, a chi sa ascoltarle o a chi ci è passato o ci sta passando. E per fregarsene occorre avere un cuore non solo sensibile, ma avvertito, “educato sentimentalmente”, insomma.
Che in Iran ti mutilino se vai a votare o se l’etiope annega è pari alla dissenteria del figlio del vicino di casa o al cane che azzanna la signora in Sicilia, e il dramma è che forse è sinanche comprensibile tant’è che accade, dunque umano.
Fino a pochi anni fa io ero tra questi, e parlo dei precari; non capivo un’acca e dicevo cose senza conoscerle. Ad un certo punto ridi anche, scene da set di Fantozzi, donne abbarbicate su un tetto, il collega incatenato con uno striscione striminzito al collo. Li guardi e pensi “che falliti”, “che poveri cristi”, “non potevano fare ALTRO nella vita?”, si lamentano per non fare una mazza tre mesi all’anno. Mentecatti.
Lo pensate tutti, lo so, non storcete il naso, tranne quelli che hanno avuto il padre o la madre professori di qualcosa.
E invece, poi, la vita è così, e ti serve il conto. Ti svegli e capisci il valore dei soldi, del lavoro, della dignità, di gente che senza un lavoro non sa, perlomeno in breve tempi, reinventarsene un altro e che deve, giocoforza, dare una sussistenza alla prole e anche, se permettetemi, un profilo sociale, accettabile, se non condivisibile.  
Non avrei mai pensato che studiare Lettere Classiche significasse assistere dopo anni a simili miserie. Sì, me lo dicevano tutti “Ti morirai di fame, bellezza“, ma la spinta ideale, a 18 anni poi, è pari a 10.000 nodi. Ma lo è ancora, se è per questo.
Volevo essere un’archeologa, e ci sono riuscita, un’archeologa e un’insegnante di Lettere, perché credo che non vi sia eredità più bella da trasmettere che il proprio esempio e i propri insegnamenti. Fino ad ora ho visto luci negli occhi dei miei alunni e ho affrontato sinora sempre classi difficili e con problemi seri. Ho rispettato profondamente il mio lavoro e quello dei miei colleghi e ho capito che ogni lavoro lo puoi fare bene o una schifezza. L’insegnante può non fare un cazzo o dare l’anima e tornare a casa svuotato, come dopo un amplesso. E così il medico, può ordinare accertamenti parlando al telefono, o intrattenersi “umanamente” con l’anziano scassaballe di turno che non caga da tre giorni. E così via.
Ora che ci sono in un certo senso dentro, comprendo, e comprendo tutto, comprendo chi questo mestiere lo fa, chi non lo fa e ne approfitta e chi invece voleva farlo. Comprendo il meccanismo, intendo, che non implica condivisione.
Mi fanno sorridere le persone che incontro e dopo che mi chiedono cosa io faccia esclamano tra il trasognato e il labbro tremante alla Clark Gable “Ah, era la mia passione…però poi, sai, si guadagna poco, poi mi sono sposato e bla bla..” Io e il mio compagno, che è esattamente il mio clone al maschile, a questa frase ci guardiamo e sorridiamo. Io spesso, aristocraticamente, mi astengo, ma lui talvolta aggiunge: “Beh, sono scelte no? Evidentemente non volevi farlo fino in fondo perché è anche questo il prezzo da pagare..”.
L’altro zittisce e ci guarda ancora più straniti, come se io e il mio moroso invece ce lo potessimo permettere di buttare il sangue, come se fossimo i figli predestinati del vincitore del Superenalotto o ci fossimo intrattenuti, in un’altra vita, a parlare sul Gange con Madre Teresa.
Non scrivo oltre, scrivo solo che il RISPETTO per chi fa un altro mestiere e la comprensione per esso è vero che si apprendono attraversandoli o in qualche modo vivendoli, come è consono agli umani, ma è vero pure che si fa liberandosi gli occhi da quel velo di Maya che ormai sotto il governo berlusconi è diventato perenne.
Siete intorpiditi, siamo intorpiditi. E la guerra tra poveri è diventata, vi assicuro, tristissima.
Che per studiare l’Odissea o Orazio si dovesse arrivare a tanto, a minare la propria credibilità sociale e le proprie tasche, io, vi assicuro, non ci avevo pensato.  E solo in Germania ti pagano alle superiori 3.000 euro al mese. Ma rifarei tutto, tutto, anche perché non saprei fare di meglio che estrarre fossili e guardare decine di ragazzi, nel tempo, negli occhi, e perché la gente che non insegue i propri ideali e che vive per schiaffarsi le marche addosso e per abboffarsi di reality a me, ancora, per sempre e nonostante tutto, continua a trasmettermi tanta tanta morte.
Ringrazio chi sarà arrivato fin qui e perdonate le mie picche un po’ adolescenziali.

inserito il mercoledì, settembre 2nd, 2009 alle 10:20 nella categoria Chicchi amari. Se vuoi puoi seguire i commenti di questo articolo tramite RSS 2.0 feed. Puoi lasciare un tuo commento, o un trackback dal tuo sito.

2 Responses to “I “bregari” del Ruanda”

  1. sissina77 says: Inviato il mercoledì 2nd settembre

    Ricordi quell’articolo intitolato “Maledetti professori” ? L’ho riletto e mai come oggi si incastra alla perfezione con tutto.

  2. Watkin says: Inviato il venerdì 4th settembre

    Io sono dalla tua parte, Morosita :-)

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