La lavatrice
I racconti di Morosita
Non voglio crescere più perché sono stato troppo bambino. Né voglio figli, mi sostituirebbero all’idea che tu conservi di me, anche se non ti vedo più fisicamente e in questa stanza. Anche questi sono i tradimenti.
Ultimamente guido molto veloce e coltivo piante come se in un colpo solo potessi arrivare da te e potessi reinvertarti e viverti in carnose foglie di piante grasse. E i libri perdono sempre più spazio e i ricordi impolverano gli scaffali. La tartaruga resta, anche il pull con il collo a v. Anche delle big babol scadute, appiccicose in un comò.
Da piccolo fino ai pomeriggi di ottobre giocavo a pallone; facevo i complimenti ad Andrea perchè faceva sempre i tiri più belli, sembrava che graffiassero il cielo e poi ripiombavano con un’eco sordo sul pavimento ma al tempo stesso vibrante. E la signora del piano ammezzato protestava.
Poi ti chiamavo a gran voce e tu mi lanciavi l’acqua.
Mercoledì gioco a calcetto e ancora non so dove stanno quei calzini. Mi sbuccio di meno le ginocchia e al ritorno sistemo pure le camicie, non solo magliette sporche che poi mi stiravi tu.
Quando sei morta la prima cosa che papà si chiese quando tentammo di riprendere senza parlare una vita normale fu il programma della lavatrice che abitualmente usavi tu.
Anche una lavatrice, come vedi, può fare tanto male.
inserito il lunedì, ottobre 5th, 2009 alle 19:11 nella categoria I racconti di Morosita. Se vuoi puoi seguire i commenti di questo articolo tramite RSS 2.0 feed. Puoi lasciare un tuo commento, o un trackback dal tuo sito.



