Pulp spoon river 2010
I racconti di Morosita
Mi spararono a venti anni ma non ebbi male al petto, più che altro mi colpì il calore del fiotto che schizzò sul viso e alla gola e sotto al mento. Un poco anche dietro le orecchie.
Poi si rapprese tutto e si impiastricciarono le dita quelli che per primi afferrarono il mio ultimo respiro e se lo portarono in sbuffi gelidi all’obitorio.
Avevano una faccia scura, il più giovane provò schifo e orrore per me. Avrà avuto venti anni pure lui ma la divisa di infermiere gli conferiva un aspetto grottescamente solenne. Un piccolo professionista della morte.
Il primo che arrivò fu mio fratello eppure avevamo sempre avuto un cattivo rapporto. Aveva voluto vendere quello che non era suo e per questo quasi non ci parlavamo più. Aveva il volto di chi non ha fatto in tempo a spiegare ma di quello che ugualmente a cena avrebbe acceso la tv e si sarebbe saziato di mozzarelle.
Poi arrivò Rocco. Aggiustavamo le moto insieme e ci paravamo il culo a vicenda quando arrivano quelli. Quando arrivavano, anzi.
Mi sembrò di vedere in lui un fratello. Sconvolto, gli occhi bruciati dal pianto, le pupille inghiottite, le palpebre abbuffate e solo le ciglia a dare un segno di vita andando piano su e giù. Una sigaretta in bocca spenta.
Poi arrivò Vanda. Avevamo abitato assieme molti anni prima. Dividevamo sonno e pastine col dado. E pastiglie ogni tanto.
Ora faceva la segretaria da un avvocato di provincia. Si diceva che faceva solo fax perché non sapeva manco scrivere al computer. Ma si diceva che facesse anche ottimi pompini. Ma era una mia amica e anche quando mi guardò da sopra al lettino riconobbi il suo profumo forte muschioso e la sua incertezza nel fare o non fare una cosa. Eppure la fece. Teneramente mi accarezzò una ciocca di capelli.
Infine arrivò lei. Non so se arrivò prima il suo strazio o prima i suoi tacchi. Aveva i tacchi, non aveva avuto il tempo di toglierseli. Ero morto di sabato sera.
Il suo dolore, dicevo, arrivò a grandi tonfi, bonf, tonf, ta-ta, ta. Fu da me. Il suo viso nelle sue mani sopra al mio. Mi guardava attraverso le dita e io riuscivo a vederla e a sentirla ancora un poco mia.
Avevamo litigato. Per due stupide uova. Due uova del cazzo, capisci? Che io le volevo sode e lei le aveva fatte fritte. Dico: si può morire sparati e incazzati per due fottutissime uova?
In realtà litigavamo da un po’. Per… vabbé per delle cose. Non sapeva tutto, proprio tutto di me.
E io sono stanco a ripensarci. Stanco anche da qui. Sembra strano ma una pallottolata in petto fa male. Il dolore lo senti dopo, nel mentre non capisci un cazzo, solo gente che scappa, che si allontana da te, e tu che vibri, tutto il tuo corpo vibra e il sangue è dappertutto e puzzi, puzzi di ferro di vagoni fermi in stazione.
Sono un pupazzino a molle colpito alla base e ora sono disteso; mi ci hanno messo loro così. L’infermierino giovane, lo vedo, ora è dietro al vetro, telefona, avrà una fidanzata, domani è San Valentino.
Festeggeranno.
inserito il giovedì, marzo 11th, 2010 alle 01:05 nella categoria I racconti di Morosita. Se vuoi puoi seguire i commenti di questo articolo tramite RSS 2.0 feed. Puoi lasciare un tuo commento, o un trackback dal tuo sito.



