18nov

Neanche la regina.

Caramelle riflessive, I racconti di Morosita

Ti ho sentito stanco stasera.
Ad assorbire emozioni, ad aggiustare il tiro, a sorridere senza un sorriso ci si stanca, eccome.
Invidio la tua capacità di incuriosirti e ancor più di fare.
Dopo i letarghi in genere ci si assopisce o ci si ammazza su di un divano.
Hai un’età, non hai un’età.
Ascolti ma non ascolti.
Spieghi ma non dici.
Prima, quando eri prete, facevi omelie che erano contorsionismi di parole per le quali mi incantavo e venivo a rimediare una vista su pesci soli.
Poi hai dismesso l’abito talare e ti è costato ma hai assolto a quel bisogno intrinseco di spiritualità che contrasta con la bellezza materiale della tua persona. Potresti essere uno con il bollino arancione in fronte, uno che protesta per la gioia di condividere con altri l’energia senza sapere per cosa o meglio per saperlo, da solo, accanto al comodino di notte.
Ti invidio.
Immagino una vita ortogonale intrisa di rettitudine e benevolenza ed armonia con gli altri come solo i sacerdoti sono capaci di predicare.
Io sono rotonda, caduca e imperfetta.
Tu sei eterno e sembra che non pecchi e non cadi, perlomeno io non ho visto le tue cadute. Le vivo con l’immaginazione. Come ogni altra cosa della mia vita contratta e apparente.
Di notte, lo sai, prima di addormentarmi immagino che io sia morta e mi risveglio nel mezzo delle ore di sonno più fonde, pensando di essere da un’altra parte ma poi la persiana di fronte mi conforta. E i miei occhi restano chiusi, perfetti e contenti. Ma la luce mi ferisce molto e lì ce n’era poca per cui, se non fosse stato per la tristezza infinita nella quale mi sentivo relegata, avrei dormito benissimo, profondamente, non solo per quei minuti in cui ho russato e mi sono risvegliata con il senso dell’errore e della goffagine intrinseca interiore.
Una casa con la vita densa e soffocata, fermata, nei dettagli di una marca di un decennio precedente congelata ma disgelata nei passi ogni anno, ogni tre mesi, in una ragnatela che continua indisturbata a filare.
Tu la notte di sicuro non ti svegli mai; dormi; hai risolto gran parte delle cose della tua vita. Ne lavori per altre con la freschezza di un ventenne in gita, al primo appuntamento, al primo lavoro con i volantini fuori scuola.
Ti svegli presto, fai le cose in tempo, riponi gli occhiali nell’astuccio. Quelli che lo fanno sono ordinati e corretti. Ci si potrebbe fare l’oroscopo su quelli che mettono a posto gli occhiali, tengono ordinate le borse, le case, i pensieri, il sole, quando lo guardano senza richiudere lo sguardo dopo, minimamente scalfito.
A me gli occhi operati sono tornati fragili e leggeri. Si feriscono con un niente.
Si feriscono se dormono da soli, se non vengono accarezzati da altri occhi al mattino, da labbra grate e innamorate. Si feriscono per due lacrime di passaggio che normalmente un tempo transitavano indisturbate tra una faccenda e l’altra.
Vorrei accarezzarti i capelli lunghi che hai, abbassarli sul tuo viso per poi indovinarne i contorni con le dita, vedere se le mie dita ti riconoscono, se i miei polpastrelli, oltre quei fili ricci di cotone, si inumidiscono del sudore della tua fronte di cent’anni. Sei vecchia adesso, una vecchia placida e riconoscente. Che si abbandona alle cose per un momento e poi torna alla saggezza del divenire preso a modello della vita altrui. Vita di chi fabbrica modelli, li spiega alla lavagna, li porta in giro per dare a propria volta un senso a tutte le proprie interruzioni. E ci fa su teorie e aiuta a risolvere gli altri. Che poi gli altri si risolvono sempre da soli o sotto la potenza dell’inesorabilità del tempo che a un certo punto ti finisce i giorni. Ma tu sai anche questo.
Niente più da contare, niente più “sotto, a chi tocca?”, nient epiù campana, nascondino, o bandiera.
Tu e i tuoi anni, tu e i tuoi ripensamenti, con quella banalità che è meglio un rimpianto piuttosto che un rimorso e io che ancora sto a capirne la differenza e il senso ogni volta.
Sei così bella stanotte, davanti a questa luna che ti disegna il contorno, consegnando i lobi delle tue orecchie al buio pesto dell’oscurità di fuori.
Brillano come falene due orecchini gialli. Come quelle rose che ho visitato di notte.
Separano il tuo viso da una parte all’altra, viso angelico, biblico e sacerdotale.
Viso di chi non pecca più e non solo perché ha già peccato ma perché nella sublimazione cerca lo sconto di un disordine inutilmente un tempo perpetrato e che nell’isolamento momentaneo vede una soluzione immediata. Una sospensione. Un karma. Un benessere in affitto.
Ma poi pronti, ancora a cacciare, a scappare, a farsi cacciare.

inserito il venerdì, novembre 18th, 2011 alle 01:33 nella categoria Caramelle riflessive, I racconti di Morosita. Se vuoi puoi seguire i commenti di questo articolo tramite RSS 2.0 feed. Puoi lasciare un tuo commento, o un trackback dal tuo sito.

Lasciami un commento