12nov

Be like him! “Tre canzoni senza interruzioni”.

Caramelle riflessive, I racconti di Morosita

Amo gli uomini che hanno sbagliato nella vita,
che hanno fallito,
che hanno sbagliato e hanno ripreso la via,
o che non l’hanno ripresa mai.
Quelli interrotti e che hanno ripreso da dove hanno lasciato.
Quelli interrotti e che restano interrotti.
Quelli che somigliano ai loro padri ma che a loro non saranno mai uguali e si gonfiano di frustrazione e di depressione per questo mentre sono bellissimi così e non lo sanno.
Amo questi uomini, queste donne, ma gli uomini di più perché, rispetto ad esse, essi sono figli d’arte già nella locuzione grammaticale. Io, figlie d’arte, non l’ho mai sentito.
E poi i maschi subiscono e covano quell’eterna confusione che il proprio padre non li ha amati abbastanza, confondendo riconoscimento e amore e idealizzando le madri e facendo felici noi lettori medi di Freud e de”La psicanalisi”. Mentre le donne no, si sentono amate giusto per essere femmine come sono.
Gli interrotti li riconosco subito. Ostentano(proprio nel senso di mostrare, non di esisibire a sproposito) una grande sicurezza sulle prime, una scioltezza infinita nel dire cosa sognano ma abbassano poi lo sguardo quando parlano del presente e ancora di più del passato. O si toccano il viso o indugiano su una vocale con una smorfia.
Si sentono in colpa con l’interlocutore, come se questi  fosse tenuto o sapesse già del loro passato, cosa che non è quasi mai in quanto è con l’interlocutore di nuova conoscenza che si mostrano interrotti. Con le vecchie conoscenze, dissimulano. Fanno gli ironici. Gli scanzonati. Prendono in giro l’interlocutore. Che li sta già studiando. Che li sta già amando.
Io amo gli interrotti.
E’ una categoria del pensiero che trovo esemplificata in un bipede: l‘interrotto.
Io ho tutti i pensieri interrotti e  – se non fosse per educazione ricevuta, amen – io interromperei i pensieri di chi me li racconta. Li intercetto prima che finisca la frase e vorrei rubargliela ma invece lo lascio dire. Perché l’intercettazione dell’interruzione nasce dall’amore. Poche storie.
E’ “agapè”, è solidarietà tra neuroni dell’anima, è “sumpateia”.
E dall’ amore interrotto, come tradizione vuole, ci si illude ma non nasce niente.
L’ amore interrotto e per le interruzioni serve solo a selezionare e, appunto, a interrompere i pensieri ma per nessun fine se non quello di rimetterli a posto nel corso della conversazione: riunificarli per permettere loro di interrompersi con un altro interlocutore, alla prossima occasione. Al prossimo “Ciao, e tu? Beh, io prima..”.
Gli interrotti io li proteggo anche quando sono spietati perché non hanno appreso la sincerità filtrata e spiattellano ma senza livore, dicono, feriscono, ma senza stupore. Erano bambini quando si sono interrotti, altrimenti non si sarebbero interrotti tranne che per cause di forza maggiore: un tram sulla via; un incendio in casa; banale insolazione senza protezione.
Li amo così e mi annoiano se redenti o messia.
Mi piacciono fragili e con i conti in sospeso che naturalmente dicono di aver saldato. E così ti fanno credere, se tu non lo sapessi, se tu non fossi l’intercettatore di interruzioni. Se non sapessi che sono terribilmente in apprensione per le loro madri e per i quadri da appendere al muro perché fuori sia tutto a posto e il fuori deve coincidere al dentro. Massì, maccheppalle. Chi noi non ha un armadio che senza i calci sullo stipite non si chiude?
Mi piacciono dolenti e frementi per un tatto di passaggio su una fotografia, per l’errore di un nome, un piccolo errore di ortografia perché pensavano ad altro, per una pausa, un lapsus. Un silenzio. Una domanda e un tonfo per una risposta che non avevano previsto.
Fosse possibile li chiuderei in delle grandi ampolle e me li porterei appresso: un gabinetto degli orrori di dopo Novecento in tour.
Li studierei, li farei interagire, li guarderei. Pochi contatti con me. Io sono l’osservatore.
Tra loro si piacerebbero – reciprocamente ed inspeigabilmente attratti – ma nessuno di loro riconoscerebbe né tantomeno risolverebbe  l’altro. Semplice: l’interrotto non sa di essere interrotto. Giudica l’altro narciso, timido o pazzo. Perché anche i timidi – uh- un sacco di herpes ed interruzioni. E i narcisi: non sono cominciati mai.
L’interrotto più interessante è stato naturalmente quello più difficile da decifrare.
Era complesso e consapevole e pertanto adottava strategie e più ne adottava e più mi piaceva. Ed io, ancora di più, ne scoprivo. Aveva sinanche la strategia della strategia: diceva di non averne. Ma al fuoco non si avvicinava mai nonostante dicesse di avere i piedi tra le stelle.
Lo studiai per anni, lo ciclostilai e distribuii alle varie parti di me che con lui ci avevano avuto a che fare. Anche le più sordide e proibite. Lo ispezionai al punto da avvertirne le vibrazioni a distanza, gli impulsi liberatori e seguaci di una nuova altra idolatria d’interruzione. Ne indovinavo le brame che attuava di seduzione, i momenti sì e i momenti no e i momenti che da sì che, se avessi intercettato io, sarebbero diventati inesorabilmente no.
Un interrotto sull’altalena con le corde legate a un grande cuore. Rosso: come nei cinema d’avanguardia su sfondo b/n come la lampada di Momir J. Spicca, non puoi non notarlo, non puoi non farci i conti: porta a spasso quell’uomo, ne regge e governa l’altalena. Fin quando non frena con i piedi che solcano la terra, si arresta, e per qualche secondo sta fermo, aspetta che passi il dondolìo sennò gli gira la testa. E poi riprende pensieroso a dondolare per poi balzare imperioso e dritto, muto e violento, con i piedi questa volta in terra, paralleli e contratti, tremolanti e di scatto senza badare a chi dall’alto ha fatto oscillare l’altalena.
Quella sensazione di pericolo scampato,  di avvenuta e superata interruzione, di homonuovo, di strategia nulla e invalidata.
Le interruzioni? Solo un vago ricordo al tramonto in un hotel in un momento di solitudine, dopo la doccia – al balcone – al ritorno dal mare.
Concentrate giusto nella mia prefazione.

07nov

Tempo squadernato, e via.

Morosita fa il caffè

Sei stato così bravo a convincermi del tuo non amore che quasi non trovo più il mio.
Che è andato, sparito, asciugato dalle tue quattro parole essiccate.
Come un fiume che è stato in piena, ora ne osservo il greto, solitario, tortuoso e poco profondo ché non ne ha avuto il tempo di scendere giù nel suolo.
Chissà se è stato amore. Chissà se è stato una foglia che ha indugiato nel tempo.
Chissà.
Se è stato, è stato un amore freddo, senza baci.
Un amore che stava solo da una parte che era tenerezza per quella parte che di te non esce
e che è immatura, spigolosa e densa.
E forse per questo è stato un amore freddo e senza baci.
Che mi ha impedito di dirti molto più di me e di sapere molto più di te,
ma se non ha saputo essere diversamente da come è stato,
vuol dire che era proprio così,
senza il beneficio di uno slancio, di un abbraccio, di una parola gratuitamente data.
Ma benedico ogni ricordo, anche quelli che mi hanno punto forte nella dignità e nell’orgoglio
perché hanno sospeso, per una manciata di tempo. quella sofferenza antica che mi porto appresso e alla quale dò mille nomi
e, da adesso, anche il tuo.

24ott

Non c’entro

I racconti di Morosita

- Poi magari me ne vado in Australia. Raggiungo dei miei cari amici che mi scrivono e me lo chiedono..
Non c’entravo niente in quella frase, lo vedevo bene, benissimo tra i canguri e pensavo che era quello che avrebbe dovuto fare, andarsene, andarsene in giro e che comunque questa era una grossa fase di transizione che gli era occorsa per chiudere il cerchio. E che ci fossi caduta in mezzo era un dettaglio, perlomeno per lui.
Tuttavia provai una fitta così debole ma così insinuante proprio perché leggera che la scacciai come si fa come una mosca su una pesca appena aperta. E dissimulai come non avevo mai smesso di fare.
Perché io non c’entravo niente con lui e con quella frase.
Me lo aveva spiegato così bene che dovetti stringere un peluche a caso mentre me lo diceva come la recita di un salmo responsoriale.
Stessa attitudine, convincerti della bontà di cose tanto tristi e alla fine farti pure un poco ridere.
Ma era un bravo ragazzo e meritava cose belle.
E io con quella frase non c’entravo niente,
non potevo c’entrarci niente.

19ott

Noi di quell’Erasmus senza Internet. Noi di quell’Erasmus con il fruscio.

I racconti di Morosita

Ci dissero più o meno così: tra un mese partite. E partimmo.
Ci comprammo le valigie. Sì, ce le comprammo perché quelle che erano a casa erano dei nostri genitori.
Prendemmo il treno perché l’aereo costava caro e dal treno potevamo salutare più a lungo chi ci voleva venire a salutare.
E facemmo le feste di addio, e mangiammo le pizze in pizzeria e ci portammo le cassette di musica e buste di fotografie.
Passammo il confine e io svegliai la ragazza bionda dai due nomi ed un sorriso grande: “Le Alpi, la neve, vieni a vedere”. E lei venne a vedere.
Eravamo cinque, non ci conoscevamo, lungo il viaggio imparammo i nostri nomi. E anche io avevo due nomi ma non in sequenza e una treccia lunga.
Ci svegliammo che il mondo era freddo e francese e la neve si posava e noi dovevamo scendere per prendere un altro paio di coincidenze. E scendemmo.
E ci chiedemmo come avevamo dormito, con ancora addosso quel puzzo di metallo dei treni che sa un po’ di sangue rappreso, un po’ di pianto e un po’ di monotonia.
All’arrivo in stazione mi si parò dinanzi lui che aveva saputo che io sarei arrivata.
La Francia del Nord Est lo aveva reso ricercatore ma era rimasto avaro e goloso di collo. E ci diede le prime informazioni, e mi accompagnò, e i miei amici se ne andarono in pullman e io mi sentii egoista. Avevo lui che mi traduceva, che mi chiedeva se non avessi troppo freddo, che mi spiegava la ‘verglace’ e il ristorante turco. E io invidiai i miei amici e il loro bus dove stavano di sicuro parlando di me e del ricercatore strano con la barba.
Ci diedero piccole stanze in edifici vicini e bagno al piano in comune; il frigorifero, una busta appesa alla finestra; fa niente se entra un po’ di meno dieci.
Odore di cous cous e belle arabe in pantofole e fili di perla. Nadia.
Aprimmo le valigie, appendemmo le fotografie, ognuna con i suoi golfi. Io, Napoli; la ragazza dai due nomi mise Salerno. Gli altri erano dell’entroterra, non misero niente.
Visitammo la città, comprammo detersivi e schede telefoniche e mi sentii per la prima volta distante da tutto e capii che potevo vivere per sempre da sola. E mi sentii disperata, e mi sentii diversa, e mi sentii felice e telefonai sempre di meno.
Napoli era una cartolina sulla mia testa. Per quei mesi doveva restare una fotografia.
Iniziarono i corsi, facevamo a gara:” Tu oggi quante parole hai capito?”. “Io, Domiziano, ma non sono sicura”;”Io solo Magna Grecia ma qua dicono Mag-n-a o ho capito male?”. E fino alla lezione successiva restavi con il dubbio.
La sera trovavamo un biglietto arancione sotto la porta: “Mademoiselle, ha telefonato per lei il signore/la signora/sign.na” e così capivi che da casa ti avevano chiamato o che la tua amica ti voleva parlare.
E mentre studiavi, di spalle, la stessa cosa..il fruscio. Ti alzavi di scatto per aprire al concierge e dirgli: “Ci sono, non fate riagganciare, scendo con lei a rispondere” ma avevi fatto tardi, il concierge era sempre più veloce di te, soprattutto quando non recapitava biglietti arancioni.
Quando studiavi, di spalle, non arrivavano mai i biglietti arancioni, chissà perché. Arrivavano le lettere.
Lettere, lettere. Lettere dall’ Italia, lettere da un amore, lettere da tutto il mondo. Con le foto, con buste con sopra il profumo, con braccialetti sottili, con cuori dall’inchiostro colorato, con promesse di una cassetta con una compilescion per “ricordarti di me”. Con promesse.
E ogni giorno era telefono, era cabina, era cassetta, era fotografia.
Era attesa. Di quel fruscio.
E ogni sera diventò fruscio.
Noi di quell’Erasmus senza valigia, noi di quell’ Erasmus senza telefono, noi di quell’Erasmus senza cellulari, senza digitale, senza facebook, senza I-pod.
Noi di quell’Erasmus di ghiaccio e sogni, noi di quell’Erasmus con il treno ché costa poco, noi di quell’Erasmus dai due nomi e dalle trecce lunghe.
Noi di quell’Erasmus.
Noi di quel fruscio.

19ott

Persona

Caramelle riflessive

Credi che non ti capisca? Tu insegui un sogno disperato, questo è il tuo tormento.
Tu vuoi essere, non sembrare di essere. Essere in ogni istante cosciente di te, e vigile. E, nello stesso tempo, ti rendi conto dell’abisso che separa ciò che sei per gli altri, da ciò che sei per te stessa. Provoca quasi un senso di vertigine il timore di vedersi scoperta, vero? Di vedersi messa a nudo, smascherata, riportata ai suoi giusti limiti; poiché ogni parola è menzogna, ogni gesto falsità, ogni sorriso una smorfia.
Qual è il ruolo più difficile? Togliersi la vita? Ma no, sarebbe poco dignitoso!
Meglio rifugiarsi nell’immobilità, nel mutismo: si evita di dover mentire. Oppure, mettersi a riparo dalla vita, così non c’è bisogno di recitare, mostrare un volto finto o fare gesti voluti[...].
Io ti capisco, Elisabeth. Capisco il tuo silenzio, questa tua immobilità e perché tu abbia elevato a sistema di vita la tua assurda apatia. Capisco e quasi t’ammiro».

(Persona – Ingmar Bergman)

18ott

Ciao, poeta

Caramelle quotidiane, Feste e ricorrenze espresso

Vitalmente ho pensato a te che ora
non sei né soggetto né oggetto
né lingua usuale
né gergo né quiete né movimento
neppure il né che negava
e che per quanto s’affondino
gli occhi miei dentro la sua cruna
mai ti nega abbastanza
e così sia: ma io credo
con altrettanta forza in tutto il mio nulla,
perciò non ti ho perduto
o, più ti perdo e più ti perdi,
più mi sei simile, più m’avvicini.

Andrea Zanzotto

17ott

Dalla stessa parte

I racconti di Morosita

Scusami, Amore, se ti ho perso.
Lunghe ombre si allungano sul soffitto, si distaccano, si capovolgono.
Scusa, se non ho saputo vivere la mia vita.
Scusa se non l’ho presa sul serio.
Scusa se l’ho presa troppo sul serio.
Scusa se ho pianto in una stanza chiusa.
E non era la stanza della verità e c’era solo odore di pioggia.
Scusa se non ho sentito la campana ed era l’ora della ricreazione.
Scusa se ho cercato altrove la tua allegria.
Scusa se non ho capito quando è andata via.
Scusa se non ti ho svegliato,
scusa se non ti ho nascosto agli occhi di chi mi ha fatto male.
Scusa se non ho contato più le stelle,
scusa se non ho più messo le mani nella terra.
Scusa se era così bello che mi toglieva il respiro.
Scusa se sotto la doccia piangevo e non si è accorto di niente.
Scusa se ho tossito, se non ho dormito, se l’ho voluto vicino.
Scusa se gli ho voluto bene. Quello che si vuole ai bambini un po’ crudeli.
Scusa se aspetto che torni.
Perché credo che non lo farà.
Scusa, per tutto questo, scusa.

17ott

E’

I racconti di Morosita

Dovrebbero saperlo che non è così,
sorride ma è solo cortesia.
Dovrebbero saperlo che è contratto e che morirà così.
Dovrebbero saperlo che ha le arterie di ghiaccio e le mani senza tatto.
Dovrebbero saperlo che sogna ma solo per quel pretesto di agganciare insieme la luna.
Dovrebbero saperlo che non ha labbra.
Dovrebbero saperlo che è divertente.
Dovrebbero saperlo che è severo, che è irriverente.
Dovrebbero saperlo che è severo con se stesso.
Dovrebbero saperlo che non trasmette le emozioni.
Dovrebbero saperlo che a bowling gioca e sa incantare.
Dovrebbero saperlo che non si lascia mai attraversare.
Dovrebbero saperlo che l’ho lasciato andare.