Non c’entro
I racconti di Morosita- Poi magari me ne vado in Australia. Raggiungo dei miei cari amici che mi scrivono e me lo chiedono..
Non c’entravo niente in quella frase, lo vedevo bene, benissimo tra i canguri e pensavo che era quello che avrebbe dovuto fare, andarsene, andarsene in giro e che comunque questa era una grossa fase di transizione che gli era occorsa per chiudere il cerchio. E che ci fossi caduta in mezzo era un dettaglio, perlomeno per lui.
Tuttavia provai una fitta così debole ma così insinuante proprio perché leggera che la scacciai come si fa come una mosca su una pesca appena aperta. E dissimulai come non avevo mai smesso di fare.
Perché io non c’entravo niente con lui e con quella frase.
Me lo aveva spiegato così bene che dovetti stringere un peluche a caso mentre me lo diceva come la recita di un salmo responsoriale.
Stessa attitudine, convincerti della bontà di cose tanto tristi e alla fine farti pure un poco ridere.
Ma era un bravo ragazzo e meritava cose belle.
E io con quella frase non c’entravo niente,
non potevo c’entrarci niente.
Noi di quell’Erasmus senza Internet. Noi di quell’Erasmus con il fruscio.
I racconti di MorositaCi dissero più o meno così: tra un mese partite. E partimmo.
Ci comprammo le valigie. Sì, ce le comprammo perché quelle che erano a casa erano dei nostri genitori.
Prendemmo il treno perché l’aereo costava caro e dal treno potevamo salutare più a lungo chi ci voleva venire a salutare.
E facemmo le feste di addio, e mangiammo le pizze in pizzeria e ci portammo le cassette di musica e buste di fotografie.
Passammo il confine e io svegliai la ragazza bionda dai due nomi ed un sorriso grande: “Le Alpi, la neve, vieni a vedere”. E lei venne a vedere.
Eravamo cinque, non ci conoscevamo, lungo il viaggio imparammo i nostri nomi. E anche io avevo due nomi ma non in sequenza e una treccia lunga.
Ci svegliammo che il mondo era freddo e francese e la neve si posava e noi dovevamo scendere per prendere un altro paio di coincidenze. E scendemmo.
E ci chiedemmo come avevamo dormito, con ancora addosso quel puzzo di metallo dei treni che sa un po’ di sangue rappreso, un po’ di pianto e un po’ di monotonia.
All’arrivo in stazione mi si parò dinanzi lui che aveva saputo che io sarei arrivata.
La Francia del Nord Est lo aveva reso ricercatore ma era rimasto avaro e goloso di collo. E ci diede le prime informazioni, e mi accompagnò, e i miei amici se ne andarono in pullman e io mi sentii egoista. Avevo lui che mi traduceva, che mi chiedeva se non avessi troppo freddo, che mi spiegava la ‘verglace’ e il ristorante turco. E io invidiai i miei amici e il loro bus dove stavano di sicuro parlando di me e del ricercatore strano con la barba.
Ci diedero piccole stanze in edifici vicini e bagno al piano in comune; il frigorifero, una busta appesa alla finestra; fa niente se entra un po’ di meno dieci.
Odore di cous cous e belle arabe in pantofole e fili di perla. Nadia.
Aprimmo le valigie, appendemmo le fotografie, ognuna con i suoi golfi. Io, Napoli; la ragazza dai due nomi mise Salerno. Gli altri erano dell’entroterra, non misero niente.
Visitammo la città, comprammo detersivi e schede telefoniche e mi sentii per la prima volta distante da tutto e capii che potevo vivere per sempre da sola. E mi sentii disperata, e mi sentii diversa, e mi sentii felice e telefonai sempre di meno.
Napoli era una cartolina sulla mia testa. Per quei mesi doveva restare una fotografia.
Iniziarono i corsi, facevamo a gara:” Tu oggi quante parole hai capito?”. “Io, Domiziano, ma non sono sicura”;”Io solo Magna Grecia ma qua dicono Mag-n-a o ho capito male?”. E fino alla lezione successiva restavi con il dubbio.
La sera trovavamo un biglietto arancione sotto la porta: “Mademoiselle, ha telefonato per lei il signore/la signora/sign.na” e così capivi che da casa ti avevano chiamato o che la tua amica ti voleva parlare.
E mentre studiavi, di spalle, la stessa cosa..il fruscio. Ti alzavi di scatto per aprire al concierge e dirgli: “Ci sono, non fate riagganciare, scendo con lei a rispondere” ma avevi fatto tardi, il concierge era sempre più veloce di te, soprattutto quando non recapitava biglietti arancioni.
Quando studiavi, di spalle, non arrivavano mai i biglietti arancioni, chissà perché. Arrivavano le lettere.
Lettere, lettere. Lettere dall’ Italia, lettere da un amore, lettere da tutto il mondo. Con le foto, con buste con sopra il profumo, con braccialetti sottili, con cuori dall’inchiostro colorato, con promesse di una cassetta con una compilescion per “ricordarti di me”. Con promesse.
E ogni giorno era telefono, era cabina, era cassetta, era fotografia.
Era attesa. Di quel fruscio.
E ogni sera diventò fruscio.
Noi di quell’Erasmus senza valigia, noi di quell’ Erasmus senza telefono, noi di quell’Erasmus senza cellulari, senza digitale, senza facebook, senza I-pod.
Noi di quell’Erasmus di ghiaccio e sogni, noi di quell’Erasmus con il treno ché costa poco, noi di quell’Erasmus dai due nomi e dalle trecce lunghe.
Noi di quell’Erasmus.
Noi di quel fruscio.
Persona
Caramelle riflessiveCredi che non ti capisca? Tu insegui un sogno disperato, questo è il tuo tormento.
Tu vuoi essere, non sembrare di essere. Essere in ogni istante cosciente di te, e vigile. E, nello stesso tempo, ti rendi conto dell’abisso che separa ciò che sei per gli altri, da ciò che sei per te stessa. Provoca quasi un senso di vertigine il timore di vedersi scoperta, vero? Di vedersi messa a nudo, smascherata, riportata ai suoi giusti limiti; poiché ogni parola è menzogna, ogni gesto falsità, ogni sorriso una smorfia.
Qual è il ruolo più difficile? Togliersi la vita? Ma no, sarebbe poco dignitoso!
Meglio rifugiarsi nell’immobilità, nel mutismo: si evita di dover mentire. Oppure, mettersi a riparo dalla vita, così non c’è bisogno di recitare, mostrare un volto finto o fare gesti voluti[...].
Io ti capisco, Elisabeth. Capisco il tuo silenzio, questa tua immobilità e perché tu abbia elevato a sistema di vita la tua assurda apatia. Capisco e quasi t’ammiro».
(Persona – Ingmar Bergman)
Ciao, poeta
Caramelle quotidiane, Feste e ricorrenze espressoVitalmente ho pensato a te che ora
non sei né soggetto né oggetto
né lingua usuale
né gergo né quiete né movimento
neppure il né che negava
e che per quanto s’affondino
gli occhi miei dentro la sua cruna
mai ti nega abbastanza
e così sia: ma io credo
con altrettanta forza in tutto il mio nulla,
perciò non ti ho perduto
o, più ti perdo e più ti perdi,
più mi sei simile, più m’avvicini.
Andrea Zanzotto
Dalla stessa parte
I racconti di MorositaScusami, Amore, se ti ho perso.
Lunghe ombre si allungano sul soffitto, si distaccano, si capovolgono.
Scusa, se non ho saputo vivere la mia vita.
Scusa se non l’ho presa sul serio.
Scusa se l’ho presa troppo sul serio.
Scusa se ho pianto in una stanza chiusa.
E non era la stanza della verità e c’era solo odore di pioggia.
Scusa se non ho sentito la campana ed era l’ora della ricreazione.
Scusa se ho cercato altrove la tua allegria.
Scusa se non ho capito quando è andata via.
Scusa se non ti ho svegliato,
scusa se non ti ho nascosto agli occhi di chi mi ha fatto male.
Scusa se non ho contato più le stelle,
scusa se non ho più messo le mani nella terra.
Scusa se era così bello che mi toglieva il respiro.
Scusa se sotto la doccia piangevo e non si è accorto di niente.
Scusa se ho tossito, se non ho dormito, se l’ho voluto vicino.
Scusa se gli ho voluto bene. Quello che si vuole ai bambini un po’ crudeli.
Scusa se aspetto che torni.
Perché credo che non lo farà.
Scusa, per tutto questo, scusa.
E’
I racconti di MorositaDovrebbero saperlo che non è così,
sorride ma è solo cortesia.
Dovrebbero saperlo che è contratto e che morirà così.
Dovrebbero saperlo che ha le arterie di ghiaccio e le mani senza tatto.
Dovrebbero saperlo che sogna ma solo per quel pretesto di agganciare insieme la luna.
Dovrebbero saperlo che non ha labbra.
Dovrebbero saperlo che è divertente.
Dovrebbero saperlo che è severo, che è irriverente.
Dovrebbero saperlo che è severo con se stesso.
Dovrebbero saperlo che non trasmette le emozioni.
Dovrebbero saperlo che a bowling gioca e sa incantare.
Dovrebbero saperlo che non si lascia mai attraversare.
Dovrebbero saperlo che l’ho lasciato andare.
Convincendoti ci crederai
Caramelle riflessive, I racconti di MorositaSei stato. Nella mia pelle, e non sono mai stata convinta che ne avrei costruito un’altra.
Non ho mai saputo se ne sarei stata in grado.
E’ successo, e neanche ora credo che a ricucirne le trame sia stata io.
Il mondo l’ho visto con la metà dei tuoi occhi che poi era anche la mia.
Ho pianto e le mie lacrime non sono diventate rughe ma piccole pieghe di pensieri dolorosi nascosti sotto ai miei capelli.
Ho preso un aereo, avresti riso se lo avessi saputo. Incontro a un’altra illusione. Algida, sigillata, senza sentimento.
Avresti riso, sì, le mie testardaggini dolorose.
Mi avresti detto, al solito, del mio essere sopra le cose per non accettarle dal basso.
Prima di scendere dall’aereo mi sono truccata, volevo essere bellissima, e avresti riso anche per questo.
In anticipo, pensa tu, ma ero così pronta alla crioterapia che non me ne accorsi neanche.
Normale che non ci fosse nessuno a prendermi; l’avevo immaginato così, anche il mio errore.
E tu, ancora, avresti riso: le mie suggestioni.
Le mie immaginazioni.
Con te ho mangiato sempre perché sono stata felice, perché mi hai amata,
perché non hai mai dimenticato di prendermi la mano e sei stato l’ultima immagine che da un treno ho salutato.
“Prontuario di Italiano per professoresse acide”
Le rubriche di MorositaCari amici,
inauguriamo la nuova rubrica: ” Prontuario di Italiano per professoresse acide”.
Lesson # 1
- “L’interiezione” -
Cari amici, oggi prepariamo l’interiezione. Al via con la “mise en place” degli ingredienti.
L’interiezione esprime un particolare stato d’animo del parlante.
Iniziamo ad occuparci delle interiezioni dette ‘primarie’ o ‘proprie’, come: ‘beh’.
Ordunque: come lo pronunciate? Fate attenzione.
Per caso provate un singulto dopo la [b]? In questo caso aggiungete l’[h], la famosa ‘letterina muta’.
In questo caso, oltre che dare una controllatina all’esofago, iniziate a costruirvi con del semplicissimo cartone che trovate in casa (es.imballaggio delle merendine di vostro fratello) e una colla stick, il vostro meraviglioso berretto da ciuccio.





